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da Il Foglio 16.9.2005
RU486 vendesi
La pillola abortiva è (anche) un business. Piccolo promemoria delle sue traversie commerciali di Assuntina Morresi
Le polemiche intorno all’annuncio della sperimentazione in Italia della pillola abortiva RU486 sono solo le ultime di una lunga serie, che vale la pena ripercorre brevemente, anche nella parte che concerne la sua commercializzazione. Il mifepristone (sostanza che agisce bloccando il progesterone, l’ormone della gravidanza, inducendo la morte del feto) è stato sintetizzato nel 1980, in Francia, dalla società farmaceutica Roussel Uclaf. Due anni dopo il professor Etienne-Emile Baulieu lo presenta all’Accademia delle Scienze e avvia la sperimentazione in una clinica universitaria a Ginevra.
Nel 1983 partono i test negli Stati Uniti. L’anno successivo, uno studio sperimentale in Svezia, sponsorizzato dall’Oms, mostra che se alla RU486 (è il nome assunto dal mifepristone) si unisce una prostaglandina (misoprostol) che provoca contrazioni dell’utero, il feto viene espulso più facilmente e il metodo diventa efficace per circa il 95 per cento dei casi. Il 23 settembre 1988 la Roussel Uclaf è autorizzata a immettere la RU486 nel mercato francese. Scoppia la protesta delle associazioni pro-life, tanto che un mese dopo la ditta annuncia la sospensione della distribuzione del prodotto.
Ma Claude Evin, ministro socialista della Sanità, convoca il vice presidente della compagnia e ordina di riprendere la produzione della pillola abortiva, definendola, con un’espressione diventata celeberrima “proprietà morale delle donne”. A dire il vero la proprietà della Roussel Uclaf è per il 36 per cento in mano allo stesso governo francese e per il resto della Hoechst, colosso farmaceutico della Germania occidentale, il cui presidente, cattolico, dichiara che l’operazione RU486 è contraria alle sue convinzioni personali e alle finalità del gruppo.
La Hoechst ha anche un altro motivo di imbarazzo: è nata dalla dissoluzione della “I.G. Farben”, nota per aver brevettato e prodotto lo Zyklon B, il gas dei campi di sterminio. Nel 1989 gli Stati Uniti – mentre il presidente è Bush padre – bandiscono l’importazione della pillola abortiva, che nel 1991 viene introdotta in Gran Bretagna, mentre in Francia si evidenziano casi di attacchi cardiaci e si registra la prima morte riconducibile al suo uso. Nello stesso anno, tre femministe radicali americane, dichiaratamente abortiste, in una conferenza al Massachussets Institute of Technology denunciano la pericolosità della RU486. Sono Janice Raymond, docente all’Università del Massachussets, Renate Klein e Lynette J. Dumble, ricercatrici universitarie in Australia. Il loro libro, “RU-486: Misconceptions, Myths and Morals”, documenta rischi, problemi e conseguenze dell’aborto chimico. Negano che la RU486 trasformi l’aborto in un fatto privato, vista la necessità dello stretto controllo medico, accusano medici e scienziati di non avere nessuna idea degli effetti a medio-lungo termine dell’intera procedura, e di usare le donne come cavie, senza fornire informazioni adeguate. Di fronte a queste accuse il mondo femminista americano si divide.
In America cambia l’amministrazione, e nel gennaio del 1993, al terzo giorno dal suo insediamento, Clinton dispone che “negli Stati Uniti si proceda con i test, la licenza, e la fabbricazione del mifepristone”. Nel maggio successivo, la Roussel Uclaf, limitatamente al mercato americano e vietando di usare il nome RU-486, ne concede gratuitamente il brevetto al Population Council. Questa è un’organizzazione non-profit fondata nel 1952 dal finanziere John D. Rockfeller III e da Frederick Osborne (presidente della Società eugenetica), che si ispira a una visione maltusiana del problema della sovrappopolazione. Promuove politiche contro la natalità a livello internazionale e supporta la ricerca medica sulla riproduzione, soprattutto per quanto riguarda la contraccezione, e la formazione di esperti di problemi della popolazione.
La Cina ha copiato anche questaCi vorranno altri sei anni prima che la pillola abortiva possa essere utilizzata negli Usa, perché il Population Council non riesce a trovare una ditta che produca il farmaco. Prima ci prova con l’imprenditore Joseph Pike, successivamente incarica Gedeon Ritcher, un industriale ungherese che dopo poco si ritira dal progetto senza spiegazioni. Il tutto in un complicato susseguirsi di operazioni commerciali e finanziarie, fondazioni di compagnie, trattative con istituzioni pubbliche e private, mentre incalza la campagna di boicottaggio dei pro-life. Attualmente la pillola abortiva negli Stati Uniti è commercializzata, con il nome di Mifeprex, dalla Danco Laboratories, appositamente istituita dal Population Council.
Nel frattempo, in Europa, la Roussel Uclaf ha cambiato nome e assetto e nel 1997 cede senza contropartite i diritti su mifepristone e derivati, con esclusione del mercato americano, a uno dei suoi dirigenti già in pensione, Edouard Sakiz, il quale fonda una propria, la Exelgyn, per produrre e distribuire il prodotto: nessuna ditta farmaceutica era infatti disponibile all’acquisto.
Abbastanza singolare quello che è accaduto in Cina. La pillola abortiva è stata “clonata” da quella francese, prodotta in loco e immessa nel mercato dal 1992. Ha avuto fin da subito un’ampia diffusione, ma nell’ottobre 2001 ne è stata vietata la vendita nelle farmacie; si può assumere solo in ospedali selezionati e sotto stretto controllo medico. In quella che non può certo essere definita la culla dei diritti delle donne, i pesanti effetti collaterali hanno deciso il passo indietro.
da Il Foglio 7.10.2005
Paese che vai, dosaggio che trovi. La Ru486 non è uguale per tutte
di Assuntina Morresi
Il dosaggio della pillola abortiva Ru486? E’ un’opinione. Se in Francia, Svezia, Stati Uniti e Gran Bretagna i protocolli medici ufficiali prevedono che si cominci con una dose di mifepristone di 600 mg, divisa in tre pillole da 200 mg ciascuna, da ingerire contemporaneamente, scopriamo che nella maggior parte dei casi se ne usa una ridotta, di soli 200 mg (lo fanno anche in Tunisia e in Vietnam). Per le donne cinesi bastano addirittura 150 mg, suddivisi in sei dosi da 25 ciascuna. All’ospedale Sant’Anna di Torino, dove è ripresa la sperimentazione dopo la sospensione disposta dal ministero della Salute per irregolarità nel protocollo, si prevede di sperimentare sia la procedura con 200 sia quella con 600 mg.
Come mai tanta diversità? E’ presto spiegata: i primi protocolli prevedevano la dose più elevata, quella di 600 mg, fino a quando, nel 1993, l’Organizzazione mondiale della Sanità stabilì che 200 mg avevano la stessa efficacia. Ma la Exelgyn, che produce e distribuisce in Europa il mifepristone, non registrò la confezione con dosaggio minore, e continuò a commercializzare la confezione da 600 mg.
Nel Regno Unito, anche il Royal College of Obstetrician and Gynaecologists ha indicato la procedura a dose minore e, pur non essendo cambiato il protocollo ufficiale, nella maggior parte dei casi le inglesi abortiscono senza sovradosaggio. Ricordiamo che in Gran Bretagna l’aborto chimico è permesso fino a 63 giorni dall’ultimo ciclo, ben oltre il limite dei 49 altrove consentito. In Cina, dove il prodotto è stato “clonato” ed è distribuito dal 1992, è stato seguito un protocollo locale, sottodosato rispetto al resto del mondo. Dal 2001, la vendita della la Ru486 in farmacia, prima libera, è stata vietata. Oggi le cinesi possono abortire con metodo chimico solamente in cliniche specializzate.
Invano si cercherebbe una logica medica nella varietà dei dosaggi. Guardiamo piuttosto alla grande varietà dei costi: la Ru486 costa 250 dollari negli Usa (dove le royalities finiscono nelle casse del Population Council, organizzazione non-profit che detiene il brevetto), 75 dollari circa (per 600 mg) nel Regno Unito e 7-8 dollari in Cina e Vietnam. Chi può spendere meno si attiene alle dosi minime, mentre i più ricchi abortiscono con dosi triple rispetto a quelle che altrove hanno dimostrato di essere efficaci.
Nella seconda fase dell’aborto chimico, quando dopo circa due giorni si inducono le contrazioni per espellere il feto, si usa il misoprostol. Le dosi possono essere di 400 microgrammi, da assumere oralmente, o 800, per via vaginale. L’Oms consiglia questa seconda somministrazione, la stessa seguita dalle cinque donne morte per infezioni atipiche dopo un aborto chimico. E se da un lato la Food and drug administration americana ha segnalato queste morti, senza peraltro arrivare a nessuna conclusione sulle cause specifiche, appare indubbio che la somministrazione vaginale comporti un rischio di infezione.
Il regime sequenziale di 200 mg di mifepristone e 800 mcg di misoprostol per via vaginale è stato incluso dall’Oms nella lista delle “medicine essenziali”. Nella relazione con cui tale inclusione è stata richiesta si leggono interessanti considerazioni: l’efficacia dei metodi di aborto medico (cioè con sostanze chimiche) è solitamente minore di quella dell’aborto chirurgico, le perdite di sangue sono sempre di maggiore intensità, e la “soddisfazione” è maggiore nella procedura chirurgica, per via di nausee, crampi, vomito e dolore associati alla pillola abortiva. Il settanta per cento delle donne che ha abortito con il mifepristone, se dovesse ripetere l’esperienza, vorrebbe farlo in una struttura ospedaliera, a fronte del 23 per cento che invece preferirebbe rimanere a casa. I sostenitori dell’autosomministrazione di misopristol a casa, sottolineano “la privacy e la riduzione del costo, così come la semplificazione del protocollo. D’altra parte i metodi medici possono ancora essere non sicuri se utilizzati in circostanze non appropriate, come un ambiente non sterile, in assenza di attrezzatura adatta e di farmaci d’emergenza, o con personale non addestrato. Anche nei paesi in cui la procedura è legale, sono necessari servizi appropriati, poiché il rischio di severi effetti collaterali o complicazioni esiste, e deve essere controllato.
Aborti riusciti con metodi medici richiedono un servizio ben organizzato, inclusi la possibilità di riferimento senza alcun ritardo e un sistema robusto di follow-up per individuare gli insuccessi”. In conclusione: i dosaggi stabiliti nei protocolli ufficiali sono di fatto poco seguiti, mentre sarebbe necessaria un’osservazione attenta degli effetti collaterali, da effettuare in clinica, mentre la tendenza generale è di ospedalizzare il meno possibile per ridurre i costi. All’Oms, intanto, continua a lavorare una task force per i “metodi post-ovulatori di regolazione della fertilità” (dove il concetto include l’aborto chimico con il mifepristone e il suo possibile uso nel secondo trimestre di gravidanza). La sperimentazione continua, come sempre, sul corpo delle donne.
Il Foglio 16.11.2005
Meglio l’ospedale di quell’inferno”
Ombre e dolore sulla kill pill (e gli effetti collaterali si moltiplicano) di Assuntina Morresi, Eugenia Roccella
Roma. La RU486, la pillola abortiva, sembra avere un merito: aver convertito alcuni medici obiettori. Su Repubblica di ieri, il dottor Salvatore Garzarelli dell’ospedale San Paolo di Savona, che ha chiesto alla Asl di sperimentare il farmaco, proclama: “Aiutare le donne è un mio dovere”. Nessuno chiede all’intervistato perché il semplice fatto che l’aborto sia effettuato con una tecnica diversa faccia crollare all’improvviso le sue obiezioni “di coscienza”.
La verità è che la classe medica vede, nella RU486, la propria liberazione (non quella delle donne) dalla “tristezza infinita” degli aborti. Con la nuova tecnica non si compromettono carriere, non si impegna la struttura sanitaria, non si immobilizza la sala operatoria, non si candida il proprio reparto a farsi carico della massa di interventi abortivi. Il coro è univoco: la RU486 è sicura, semplice, rivoluzionaria per la salute delle donne.
Eppure, dietro la “kill pill” si addensano ambiguità irrisolte. Poco si sa, in Italia, delle quattro giovani donne morte in meno di due anni in California, tutte per shock settico dovuto a infezione da Clostridium Sordellii, contratta immediatamente dopo la somministrazione della pillola abortiva. Lo ha confermato lo scorso quattro novembre la Food and Drug Administration (Fda). Perché solo in California? Adesso anche la Fda è costretta a chiederselo, ma la risposta non c’è. E’ forte il dubbio che queste morti siano state diagnosticate solamente laddove cercate, e quanto è successo in California dovrebbe far riflettere i medici travolti da improvvisa passione per una tecnica abortiva che, dati alla mano, appare meno sicura per la salute delle donne delle attuali procedure disponibili, e consente enormi profitti a pochi produttori farmaceutici.
Vediamo con ordine i fatti americani. Nel settembre 2000 la Fda permette l’aborto chimico, autorizzando l’uso del Mifepristone. Si scatenano proteste e contestazioni, che vengono formalizzate nel 2002 con una durissima petizione in cui la Fda è accusata di aver seguito un protocollo accelerato, destinato solo a farmaci salvavita per la cura dell’Aids, del cancro e della lebbra, e di aver sottovalutato gravi complicanze, alcune della quali letali, sopravvenute durante la sperimentazione. Nel settembre del 2003 muore a San Francisco Holly Patterson, 18 anni: uno shock settico immediatamente successivo all’aborto chimico, con una dolorosissima agonia di alcune ore. I genitori iniziano un’azione legale per l’accertamento delle cause di morte, e delle effettive responsabilità del farmaco abortivo. Nel 2004 la battaglia dei Patterson ottiene un primo, notevole risultato: cambiano le avvertenze sul foglietto illustrativo. La Fda comunica che “le nuove informazioni ricordano agli operatori della salute che infezioni batteriche serie e sepsi possono avvenire senza i segni usuali dell’infezione, come febbre e debolezza”. E’ del 19 luglio 2005 la seconda comunicazione della Fda, dopo ulteriori monitoraggi sul farmaco: “La Fda è consapevole che negli Usa quattro donne sono morte di sepsi (grave malattia causata da infezione del sangue) dopo un aborto medico con Mifeprex e misoprostol. La sepsi è un noto rischio legato a ogni tipo di aborto. I sintomi in questi casi non sono stati quelli usuali della sepsi. Non sappiamo se è l’uso del Mifeprex o misoprostol a causare queste morti. I pazienti dovrebbero contattare immediatamente un operatore professionale della salute se hanno assunto queste medicine e sviluppato dolore allo stomaco o disagio, debolezza, nausea, vomito o diarrea, con o senza febbre, per più di 24 ore dopo aver ingerito misoprostol”. Pochi giorni dopo, il 26 luglio, appare l’anteprima on line di un articolo del “The Annals of Pharmacotherapy” a firma Ralph Miech, Professore di Farmacologia Molecolare, Fisiologia e Biotecnologie della Brown Medical School. Sostiene che fin dal 1992 alcuni studi suggeriscono che il Mifepristone potrebbe predisporre ad infezioni dovute a contaminazioni batteriche, suscettibili di progredire in shock settici. E’ un’ipotesi che merita di essere verificata, soprattutto dopo la conferma recente della Fda che a causare i quattro decessi da shock settico sono state infezioni riconducibili allo stesso batterio, e senza febbre. I più recenti studi a carico di singoli gruppi di ricerca nazionali insieme alle sperimentazioni portate avanti dall’Oms, evidenziano come la RU486 non sia affatto il metodo più sicuro e meno doloroso per interrompere una gravidanza, e anzi sia necessario un rigoroso follow-up da parte dei medici.
Soprattutto parlano le donne che lo hanno fatto, e che hanno riversato sulla Danco centinaia di segnalazioni spontanee: perdite di sangue molto abbondanti e di maggior durata rispetto a quelle registrate per aborto chirurgico, maggior frequenza di dolori uterini, vomito e diarrea, ma anche febbre e esantema. In uno studio della Oms pubblicato nel luglio 2004 si fa presente che circa il 10 per cento delle donne sottoposte a sperimentazione si è sottoposta a ulteriori visite di controllo rispetto a quelle programmate, e di queste il 15 per cento è dovuta poi ricorrere al ricovero ospedaliero, soprattutto per trattamenti di gravi emorragie, che hanno compreso anche trasfusioni. Il 70 per cento delle donne oggetto della sperimentazione ha dichiarato che, nel caso di un ulteriore aborto medico, sceglierebbe l’ospedale. La grande maggioranza delle donne che ha assunto la pillola abortiva, insomma, lo rifarebbe solo se garantita dalla permanenza in una struttura sanitaria, come peraltro richiede la 194.
Il Foglio 18.11.2005
RU 486, l'equivoco più difficile da dissipare
Il falso dilemma fra "aborto amichevole" e aborto colpevolizzante di Eugenia Roccella
C’è un terribile equivoco, nel dibattito sulla Ru486, che non si riesce a dissipare, e che è già un segnale di vittoria per chi sostiene le meraviglie della pillola abortiva. Favorevoli e contrari partono dall’ingannevole presupposto che l’aborto chimico sia facile e indolore: in fondo non si tratta che di mandare giù una pillola. Come sulla procreazione assistita, si propone un’inedita e simbiotica alleanza tra medici e donne, che implica di fatto un affidamento cieco delle seconde ai primi; in un attimo si cancellano anni di pensiero critico femminista sulla medicina, di controinformazione, di abitudine al vaglio dei dati e alla verifica delle pratiche sul nostro corpo.
L’autodeterminazione femminile, a cui tanti si appellano (spesso a sproposito), non può cominciare che con il controllo in prima persona dell’informazione medicoscientifica. Solo grazie a questo ostinato equivoco, una studiosa sensibile come Claudia Mancina può chiedere, sul Riformista di ieri, se “lo scandalo dell’aborto deve essere pagato col dolore fisico, l’umiliazione, i disagi della degenza ospedialiera”, e se “il gesto di rifiutare una gravidanza deve avvenire nel sangue e nel pericolo”. Ma è proprio l’aborto chimico che avviene nel sangue (le emorragie sono molto più lunghe e abbondanti), che presenta rischi ancora ignoti (quattro donne morte di shock settico in due anni nella sola California), che provoca nausee e dolori assai più gravi (tutti i rapporti, anche quello del dottor Silvio Viale, il supersostenitore della Ru486, concordano su questo punto). Tanto che il 70 per cento delle donne che hanno assunto la Ru486 all’interno di una sperimentazione dell’Oms, ben lontane dall’apprezzare sofferenze e paure solitarie, lo rifarebbero esclusivamente in ospedale.
La Food and drug administration americana, a soli cinque anni dall’autorizzazione del mifepristone, è già stata costretta a modificare le avvertenze sul foglietto illustrativo e a emanare una seconda, più allarmata, comunicazione, mentre l’inchiesta sul caso californiano della morte della diciottenne Holly Patterson presenta tuttora molti lati oscuri. E moltissime inspiegate stranezze emergono dalla storia del farmaco, in fase di sperimentazione e di commercializzazione.
Come scrivono i genitori di Holly, nella lettera aperta riportata sul Foglio di mercoledì, “non esistono rimedi veloci o pillole magiche per interrompere una gravidanza”. Dire il contrario significa illudere l’opinione pubblica e creare un dilemma inesistente e tutto ideologico tra aborto buono, amichevole, e aborto cattivo, colpevolizzante. Il risultato di questa impostazione sarà che insieme alla Ru486 entrerà la sottovalutazione culturale e simbolica dell’interruzione di gravidanza, non tanto come insostenibile leggerezza del gesto e maggior ricorso all’aborto, ma come solitudine femminile. La conquista della libera scelta si rovescia nella condanna a una responsabilità solitaria, in mezzo a medici irresponsabili, maschi irresponsabili, società irresponsabile. Nessuno vuole avere a che fare con l’arcaica e terribile carnalità dell’aborto, nessuno ne vuole condividere il peso: trasformarlo in procedura asettica e astratta è una soluzione che maschera e nega sia la violenza esercitata sul feto sia quella sulle donne. E’ l’aborto (illusoriamente) ripulito, infiocchettato e rispedito al mittente. Care donne, è roba vostra, l’avete voluto, tenetevelo voi. Anche quando l’interruzione di gravidanza si svolgeva nella clandestinità vigeva una forma drammatica ma incoercibile di libera scelta, sia pure espulsa dalla parola pubblica e confinata tra le segrete “cose di femmine”. Oggi, con un’operazione di candeggiatura dell’immaginario, che rimette a nuovo la consapevolezza sociale, ancora una volta solo nel segreto si saprà del sangue e della pena: la macchia non c’è più, non si vede a occhio nudo.
Poche storie, una pillola, un bicchier d’acqua e via. Soltanto in questa banalizzazione, tutta a carico delle donne, consiste la “facilità” della procedura chimica, e in nient’altro. Come non insospettirsi, del resto, dell’improvvisa accensione di interesse per la kill pill da parte di ginecologi obiettori? Non c’è solo il professor Garzarelli del San Paolo di Savona; a Otto e mezzo il dottor Srebot di Pontedera confessa con orgoglio che tanti obiettori gli hanno telefonato per sapere come ottenere il mifepristone. Si conferma quello che i movimenti per la salute della donna hanno sempre sostenuto, cioè che l’obiezione ha costituito spesso una risposta di comodo, dovuta a scelte di opportunità più che di coscienza. Il problema etico, con la Ru486, rimane inalterato. A cambiare è il coinvolgimento della struttura sanitaria, il grado di impegno dei singoli operatori e dei reparti di ostetricia e ginecologia, finalmente sollevati dalla responsabilità dell’intervento abortivo. Per questo l’intera classe medica si affanna a ripeterci che l’aborto chimico è facile, e che bisogna assolutamente introdurlo per il bene delle donne.
bf
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