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anno 2005

Allam - Vincere la paura - Giugno 2005

Vincere la paura.
La mia vita contro il terrorismo islamico e l’incoscienza dell’Occidente

Magdi Allam, giornalista e scrittore

Lunedì 6 giugno 2005 - Centro Congressi Torino Incontra
 
Appunti dell’intervento non rivisti dall’autore

MICHELE ROSBOCH
Buonasera a tutti. Vi do il benvenuto a questo incontro di presentazione del libro del dottor Magdi Allam “Vincere la paura”.
Siamo estremamente lieti che il dottor Allam, con tutti i suoi impegni, abbia accettato di essere con noi questa sera a Torino, in una delle prime presentazioni di questo libro.
Siamo lieti perché è la possibilità di incontrare un libro, ma soprattutto di incontrare l’autore del libro, un uomo come Magdi Allam, che in questo libro parla della sua esperienza: ascoltare una persona che parla di una esperienza è sempre interessante ed è tanto più interessante quando questa esperienza intende dare un giudizio su quello che accade e soprattutto dare un giudizio sui nodi più importanti e più urgenti della nostra vita comune: il problema del terrorismo, il problema della coscienza o meglio della non coscienza dell’Occidente, quale è la responsabilità di ciascuno, quale è la radice di questa paura che in qualche modo bisogna vincere.
Il libro che ha un titolo che mi ha subito colpito – “Vincere la paura” -, corredato da un sottotitolo che  è estremamente significativo “La mia vita contro il terrorismo islamico e l’incoscienza dell’Occidente” -, mettendo insieme questi due punti: quello che è il terrorismo e l’incoscienza.
Per chi non conoscesse il dottor Allam, è nato in Egitto - tra l’altro il libro è anche una autobiografia -, ha studiato in Italia dove vive, è laureato in sociologia, è stato per molti anni giornalista del quotidiano “La Repubblica” e da qualche anno è giornalista e vicedirettore ad personam de “Il Corriere della Sera”, giornale su cui spesso lo possiamo leggere. Partecipa attivamente al dibattito culturale del nostro paese, non solo con libri sui temi del terrorismo e del mondo islamico e partecipa spesso alle più seguite trasmissioni televisive.
Lascio a lui la parola per dirci che cosa ha inteso affermare in questo libro, dopodiché ci sarà un buon spazio per il dibattito e per le vostre domande. La parola al dottor Allam.

MAGDI ALLAM
Buonasera. Vorrei iniziare questo nostro incontro con un pensiero, un affettuoso pensiero a Clementina Cantoni che da tre settimane attraversa una fase critica con la tremenda esperienza di prigionia in Afghanistan. E lo voglio fare con, da un lato un plauso a tante donne afghane che anche oggi si sono mobilitate per ottenere, per chiedere, implorare il rilascio di Clementina Cantoni, e nello stesso tempo con una nota di rammarico, una nota critica per l’assenza di una autentica mobilitazione popolare e politica in Italia per chiedere e ottenere il rilascio di Clementina Cantoni cosi come si è fatto invece in passato in vicende che erano più strettamente legate al mondo della politica. Io credo che anche in questo caso non bisogna cedere alla relativizzazione del valore della vita e bisogna affermare in modo forte il valore della vita di tutti.
Voglio ringraziare il Coordinamento dei Comitati Spontanei Torinesi che ha assunto l’iniziativa di pubblicare un volantino in cui mi si dà il benvenuto e voglio assicurare che il mio impegno per favorire una realtà di islam moderato in Italia e il mio impegno contro il terrorismo, l’estremismo islamico proseguirà perché lo considero come un fatto di civiltà che risponde all’interesse collettivo dei mussulmani e degli italiani.
Sono confortato e veramente soddisfatto della presenza di tanti giovani qui in sala che si apprestano ad ascoltare, a capire, a confrontarsi perché sono soprattutto i giovani quelli che rappresentano la speranza, la certezza in un futuro migliore. Sono qui principalmente per confrontarmi con voi ed è questo il senso dell’incontro e ritengo che questo libro non voglia essere altro che uno strumento di dialogo, che parte dalla descrizione, per una scelta meditata e sofferta, del mio vissuto: ho ritenuto opportuno e anche doveroso cercare di comunicare, di trasmettere, di chiarire dei concetti che a mio avviso sono fondamentali per avere un rapporto corretto e riuscire anche ad assumere delle iniziative costruttive in questa nostra difficile epoca contrassegnata del terrorismo di matrice islamica e da una crisi di identità che attanaglia contemporaneamente sia il mondo islamico ma sia anche l’Occidente, dove questa crisi di identità si manifesta con un ideologismo nichilista, con un relativismo culturale e con un approccio intellettuale e pratico che finisce per risultare contiguo e colluso con l’integralismo, l’estremismo e il terrorismo di matrice islamica.
Il sottotitolo del mio libro - ”La mia vita contro il terrorismo islamico e l’incoscienza dell’Occidente” - vuole esprimere due facce che a mio avviso sono della stessa medaglia - e c’è anche una contemporaneità nel processo che porta alla crisi d’identità dell’Occidente dopo  il crollo del muro, del muro di Berlino nel 1989 e l’inizio di una crisi di identità del mondo islamico dopo la sconfitta dell’esercito sovietico in Afghanistan nel 1988 - .
Ho ritenuto opportuno comunicare dei concetti tramite la descrizione del mio vissuto dei miei primi venti anni di vita in Egitto, il mio paese natale, raccontando nel dettaglio degli spaccati di vita che servono a comprendere fondamentalmente come all’epoca ci fosse una realtà di islam sul piano dottrinale e di mussulmani sul piano del vissuto moderato, laico, sostanzialmente laico, tranquillo, pacifico. La società egiziana degli anni Cinquanta e Sessanta faceva riferimento sul piano sociale, culturale, artistico, estetico, a parametri moderni, anche per taluni versi occidentali: ad esempio, racconto come quando esplose il fenomeno dei Beatles in Occidente, anche in Egitto c’erano tanti giovani, me compreso, che hanno amato portare i capelli con la frangia, farsi allungare le basette, indossare pantaloni a zampa di elefante, camicie colorate, scarpe appuntite e ballavano gli stessi balli che c’erano in Occidente; ricordo le strade del Cairo dell’epoca completamente prive di donne con il velo, le persone vestivano facendo riferimento a parametri stilistici ed estetici del tutto simili a quelli dell’Occidente - parlo anche della mia famiglia, dei miei conoscenti, raccontando anche in profondità quello che era un animo buono, semplice della gente, una realtà di grande solidarietà sociale -. Il tutto per dire essenzialmente che la nostra attuale percezione dell’islam e dei mussulmani, che è prevalentemente connotata in modo negativo a causa dell’ondata di terrorismo di matrice islamica e di una ideologia integralista ed estremista islamica: questa percezione non è nel DNA dei mussulmani, non è una realtà intrinseca all’islam in quanto religione perché c’è stata una fase in cui l’islam e i mussulmani sono stati ben altro rispetto a quello che oggi noi vediamo.
Sul come si è arrivati a questa realtà di degenerazione ideologica e di involuzione dei costumi racconto - citando anche in questo caso delle vicende specifiche anche mie personali, soprattutto mie personali - il processo che gradualmente a partire dagli inizi degli anni Settanta ha portato all’ affermazione di una ideologia e di un potere integralista islamico nei vari paesi; nel ’79 in Iran, i khomeinisti prendono il potere; nell’81, il 6 ottobre del 1981, Sadat viene assassinato in Egitto da rappresentanti dello stesso integralismo islamico che lui aveva favorito immaginandolo come un utile e necessario contrappeso al precedente potere nasseriano, laico, socialista, comunista. Un processo che ha poi registrato una crescente degenerazione con la deriva terroristica e che tramite varie fasi ha poi registrato con la tragedia dell’11 settembre del 2001 il suo momento di maggior impatto sul piano mediatico e politico e che ha avuto con l’11 marzo del 2004, anche in Europa, una manifestazione di un terrorismo che è globalizzato e, che per la prima volta, è un terrorismo autoctono all’Occidente. Nell’attentato dell’11 settembre 2001 il gruppo dirigente dei 19 dirottatori kamikaze era formato da giovani studenti residenti ad Amburgo che maturano e completano la loro conversione all’estremismo e al terrorismo islamico in Occidente. Non lo erano nei loro paesi di origine. Sono arrivati in Occidente come giovani laici, tranquilli ed è in Occidente che subiscono delle influenze tali da adottare una ideologia e una fede nel martirio, tra virgolette, islamico. Quindi l’Occidente si scopre essere non solo - e questo già lo si sapeva - retroterra logistico delle attività di natura terroristica e luogo di predicazione dell’integralismo islamico con una rete di moschee egemonizzata prevalentemente da gruppi integralisti islamici, ma anche roccaforte del terrorismo di matrice islamica: ed è questo, concretamente, l’Occidente incosciente.
Nel libro, quindi ci sono vari passaggi: c’è l’islam che ho vissuto, c’è l’islam che mi fa paura ed è quest’ultimo l’islam che, soprattutto negli ultimi anni, per quello che concerne me personalmente, registra una recrudescenza della sua aggressività, sia sul piano ideologico, sia sul piano della violenza fisica tout court. Ho descritto in modo circostanziato, documentato le condanne e le minacce di cui sono stato vittima e che mi costringono da due anni ad una vita blindata: l’ho fatto non con un intento autobiografico, ma perché si conosca la realtà di vicende, di personaggi, di contesti che sono parte integrante della vita italiana, ma nei cui confronti finora si è avuta una percezione diversa, errata. Ho voluto dare un contributo partendo da qualcosa che sto sperimentando sulla mia pelle e l’ho fatto, così come era doveroso, con grande accuratezza perché ritengo, ed è questo ciò che da il titolo al mio libro - “Vincere la paura” -, che sia arrivato il momento di riscattarci da una paura interiore, presente in seno alla società. Ritengo che il sentimento della paura nei confronti del terrorismo, dell’estremismo, dell’integralismo di matrice islamica - e non c’è nessun intento criminalizzante, questo deve essere molto chiaro nei confronti dell’islam in quanto religione o dei mussulmani in quanto persone umane - abbraccia anche la paura di un Occidente incosciente, un Occidente che per ingenuità, per collusione ideologica, oggi si ritrova a vivere una realtà di grande travaglio e di grande confusione sul piano del rapporto con se stesso. Nel libro cito con ammirazione, con condivisione profonda, le tesi di papa Ratzinger sull’Occidente che odia se stesso e sull’Occidente che è alla ricerca di una identità che non può che basarsi sulla riconciliazione con le proprie radici, nel convincimento che soltanto un Occidente che si riattribuisca una identità forte, che si senta sicuro, forte di una identità condivisa potrà essere un Occidente che saprà in modo costruttivo, sottolineo costruttivo, concreto - quindi non con la politica degli abbracci a beneficio delle telecamere -, aprirsi concretamente all’islam, aprirsi a tutte quelle novità che si presentano in modo sempre più intenso in questo mondo globalizzato, dove non soltanto i mercati, le finanze, l’informazione sono globalizzate, ma anche la circolazione delle persone umane, anche i valori, anche la politica tendono ad essere sempre più globalizzate.
Affinché si abbia un rapporto corretto, concreto e costruttivo bisogna che dentro di noi in primo luogo ci sia la certezza, la sicurezza, la forza perché il rischio è che se non ci sentiamo sicuri dentro di noi si finisca o per farsi sottomettere, per soccombere alle barbarie di chi con la prepotenza vuole imporsi, oppure si finisce per sviluppare un sentimento razzista nei confronti del prossimo che renderà l’Occidente barbaro. Il razzismo è un male da evitare da prevenire: bisogna avere l’intelligenza, la saggezza e la forza di conoscere correttamente l’altro, di saper discernere il buono dal cattivo - con tutte quelle realtà intermedie perché il mondo non è manicheo per nostra fortuna -, assumere un atteggiamento concreto, costruttivo in modo convinto, partecipe. Ecco perché ho voluto dedicare un ampio capitolo del mio libro all’Occidente che mi fa paura. E anche nel mio ambito personale, ci sono delle vicende che attestano come questa parte di Occidente incosciente finisca per essere colluso con lo stesso estremismo islamico che mi ha condannato e che mi minaccia. La realtà del nichilismo, dell’ideologismo all’insegna dell’ostilità, dell’odio, dell’avversione contro l’America, contro Israele, contro l’Occidente tout court, è un collante ideologico che cementa i vari estremismi, siano essi islamici, nazionalisti arabi o estremismi di sinistra o di destra presenti in Occidente. Ho voluto raccontare tutto questo partendo da esperienze concrete di vita perché ho ritenuto che, nonostante quel che mi costava in termini di esposizione pubblica –sto parlando di una vicenda in cui in ballo c’è la mia vita -, importante farlo perché credo che sia maturo il tempo in cui si debba avere il coraggio di vincere la paura e di affrontare in modo serio, deciso, determinato questo travaglio, questa crisi che attanaglia sia il mondo islamico, che l’Occidente. E l’ho fatto pensando, anche e molto, a dei valorosi poliziotti iracheni a cui ho voluto dedicare la prefazione di questo libro - “Onore ai «martiri della libertà»” -, dei poliziotti iracheni, di cui cito alcuni nomi, che il 30 gennaio 2005 hanno sacrificato la loro vita facendosi scudo per impedire che dei kamikaze, dei terroristi islamici suicidi potessero farsi esplodere fra la fila di votanti che attendeva  il proprio turno per deporre la scheda nell’urna. Il fatto che la maggioranza degli iracheni, oltre il 60%, il 30 gennaio 2005 abbia deciso di votare nonostante la minaccia del terrorismo islamico, dei kamikaze, dei tagliatori di teste, dei razzi che si lanciano in modo indiscriminato contro la gente, è stato non soltanto una prova di grande aspirazione alla libertà e alla democrazia del popolo iracheno, ma un evento paragonabile al crollo del muro di Berlino per l’Occidente: ha rappresentato il crollo del muro della strategia terrorista islamica, di matrice islamica, nel momento in cui ha fallito l’ obiettivo di mettere radici fra la popolazione mussulmana, è stata rifiutata dalla popolazione mussulmana. Quando noi osserviamo che si arriva alla barbarie di un terrorista islamico che si fa esplodere all’interno di una moschea, che immagina di farlo nel nome di Dio per massacrare all’interno del tempio tanti fedeli che pregano lo stesso Dio, ebbene noi tocchiamo con mano il livello più basso, più abbietto di questa strategia, di questa cultura della morte.
Ed è questa realtà che ha costretto tanti mussulmani ad aprire gli occhi, a rendersi conto che non potevano più continuare con il doppio parametro etico nella valutazione della realtà del terrorismo globalizzato di matrice islamica immaginando che ci fosse un terrorismo buono – quello che massacra israeliani, americani, italiani, occidentali – ed un terrorismo cattivo – quello che massacra i mussulmani – perché si tratta dello stesso terrorismo, perché si tratta della stessa ideologia di scontro e di morte. E allora si è capito finalmente, in ritardo ma finalmente, che la sacralità della vita o vale per tutti o non vale per nessuno: è questa consapevolezza quella che rappresenta la speranza, la speranza che qualcosa di profondo stia cambiando e sta cambiando. Sta cambiando tanto e vero che oggi i paesi mussulmani non si limitano più soltanto a perseguire gli autori materiali degli attentati terroristici, ma si sono proposti di sradicare l’ideologia che alimenta l’integralismo nei paesi mussulmani, ad emendare i testi scolastici, ad individuare quelle parti e quelle logiche che sono un incentivo alla cultura dello scontro, dell’intolleranza. Questa è la speranza perché quando la lotta al terrorismo, alla cultura della morte nasce dall’interno stesso dei paesi mussulmani, vuol dire che il terrorismo e la cultura della morte hanno fallito, vuol dire che la maggioranza dei mussulmani ha scelto la cultura della vita. È evidente che ci vorrà del tempo perché basta un solo kamikaze per provocare centinaia di morti, ma il fatto stesso che oggi la stragrande maggioranza delle vittime del terrorismo di matrice islamica sia mussulmana è testimonianza forte del fallimento di questa strategia e di questa cultura della morte, è testimonianza forte del fatto che i mussulmani sono il  principale nemico e quindi il principale bersaglio del terrorismo.
Ecco perché è importante distinguere ed è sbagliato generalizzare. Nella lettera aperta ad Oriana Fallaci, che è compresa nella seconda parte del libro, io affermo che io sono con lei nella lotta al terrorismo, all’estremismo islamico, ma non posso seguirla, perché sarebbe un suicidio, nel momento in cui afferma che tutti i mussulmani sono indistintamente dei nemici. Sarebbe assolutamente folle e controproducente patrocinare una guerra di religione, una guerra di civiltà: stiamo parlando di un quinto dell’umanità, un miliardo e trecento milioni di persone che si riconoscono nella religione mussulmana. Che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo immaginare che si debbano convertire ad un’altra religione? Soprattutto dobbiamo prendere atto che nel loro vissuto, la maggioranza dei mussulmani, non da ora ma da sempre, sono persone perbene, di buon senso, pacifiche che hanno certamente dei problemi, così come esistono dei problemi in tutte le aree dove vige il sottosviluppo, dove c’è un alto tasso di analfabetismo, dove ci sono dei regimi dittatoriali al potere - anche se non sono regimi di matrice islamica - e dove ci sono delle generazioni che sono state educate alla cultura dello scontro, ma non è un fatto religioso, né un fatto fisiologico: è un qualcosa che attiene all’arretratezza, ma ci sono certamente - e abbiamo una testimonianza forte nelle elezioni in Iraq del 30 gennaio 2005 - dei processi che se adeguatamente e opportunamente avviati sono in grado di modificare strutturalmente queste realtà. Non è un obiettivo che si potrà raggiungere dall’oggi al domani, ma è sicuramente un processo in cui le comunità mussulmane in Occidente possono e debbono svolgere un ruolo importante, grazie ad una collocazione che consente loro di essere più facilmente permeabili a dei valori e a dei principi che si ispirano alla cultura della vita, alla libertà, al rispetto dei diritti fondamentali della persona. Ecco perché nella seconda lettera aperta che ho voluto scrivere nel mio libro a Tariq Ramadan, un filosofo e teologo islamico integralista con cittadinanza svizzera, affermo che noi mussulmani, laici, europei, non vogliamo avere nulla a che fare con dei progetti di integralismo islamico; non vogliamo creare una stato teocratico all’interno di uno stato di diritto; al pari di tutti gli altri cittadini europei, siamo fedeli alle leggi e ai valori delle società occidentali, ai paesi di cui noi ci sentiamo cittadini e comunque vincolati da un forte sentimento identitario.
Vi ringrazio dell’attenzione e sono a vostra disposizione per proseguire il nostro incontro tramite le domande che riterrete opportuno fare in  modo tale che i miei successivi interventi siano maggiormente finalizzati a soddisfare le vostre attese e tentare di chiarire dei vostri dubbi. Grazie.

DOMANDA
Lei ha detto che qualcosa sta cambiando e che molti mussulmani cominciano a capire che non si può più usare un doppio metro di moralità per misurare il terrorismo, ma spesso ho letto dichiarazioni che invece si appropriavano di questo metro. Lei su quali fatti nuovi basa questo giudizio di cambiamento?

ALLAM
Principalmente sul risultato straordinario, commovente ottenuto il 30 gennaio del 2005 quando, fino a pochi giorni prima tantissimi osservatori, sia arabi, sia internazionali – e non voglio fare nomi per umana pietà – affermavano che le elezioni in Iraq non si sarebbero dovute tenere perché il terrorismo non l’avrebbe consentito, perché gli iracheni non erano pronti alle elezioni: noi abbiamo visto una maggioranza di iracheni recarsi alle urne in modo ordinato, disciplinato e convinto e tantissime donne al punto che una delle immagini emblematiche di quel giorno è una donna irachena che mostra il segno della vittoria con le dita tinte nell’inchiostro con cui era necessario dimostrare che si era votato soltanto una volta o meglio con cui si impediva di poter votare una seconda volta. Quindi è una valutazione che si basa su dei dati di fatto, una realtà: cioè l’Iraq era ed è a tutt’oggi il paese dove il terrorismo di matrice islamica infierisce con maggiore forza, dove ogni giorno ci sono decine di morti, eppure la gente ha risposto in massa in quella che era una vera e propria sfida al terrorismo. La gente non ha avuto paura e io ho reso omaggio nel mio libro a quei poliziotti che sono stati in prima fila nella lotta.
Ci sono tante altre testimonianze in paesi che sono stati, fino a poco tempo fa, collusi con l’ideologia che alimenta il terrorismo, come l’Arabia Saudita. Ebbene, quando il terrorismo ha cominciato a colpire in modo forte all’interno dell’Arabia Saudita, hanno dovuto rivedere tutto quanto a partire dal linguaggio. Prima la parola “terrorismo” o la parola “terroristi” non veniva usata. C’è stata una prima fase, quando le vittime erano prevalentemente occidentali, in maggioranza americani, in cui la stampa araba, le televisioni arabe usavano il termine “martiri”: i kamikaze erano i martiri, i terroristi suicidi erano i martiri. Quando hanno cominciato ad esserci delle vittime mussulmane, hanno cominciato  ad usare un termine neutro, “suicidi”, “combattenti suicidi”. Quando  le vittime mussulmane hanno cominciato ad essere la maggioranza hanno usato in modo chiaro, inequivocabile la parola “terrorismo” e “terroristi”. Quindi è stato un travaglio interiore che ho registrato e che considero positivo, anche se tardivo, anche se insufficiente, ma vedendo la realtà dall’interno si coglie bene la dinamica di questo travaglio che, partendo dall’aspetto linguistico, oggi registra sviluppi sostanziali, sia in ambito politico, sia in tutte quelle attività – ho citato il campo dell’istruzione – che vanno a definire un contesto di formazione del terrorismo. Dobbiamo tenere conto di questa dimensione complessa e globalizzante del terrorismo, perché a differenza del terrorismo che c’era negli anni Settanta e Ottanta, il terrorismo di matrice islamica è un terrorismo che fa perno sulla figura di una persona che è stata spersonalizzata, di una persona che è stata destrutturata mentalmente, fino a farla convincere che la morte è preferibile alla vita, sradicando l’istinto naturale alla sopravvivenza, facendo venir meno, reprimendo il sentimento della sacralità della vita propria ed altrui. A questo risultato ci si arriva tramite un processo che ha delle fasi - l’indottrinamento, il lavaggio di cervello, l’arruolamento, la mobilitazione, lo smistamento-. Oggi ci troviamo per la prima volta di fronte ad un mondo mussulmano che prende consapevolezza di questo contesto complesso e globale e afferma di doverlo affrontare nella sua totalità, non limitandosi soltanto a individuare le cellule che si preparano a farsi esplodere o a mettere delle bombe: devono partire dall’inizio, dalla scuola, dai banchi di scuola, dalle moschee, da talune moschee dove si indottrinano i fedeli all’ideologia della violenza.
Questo è quello che mi porta ad essere fiducioso e a ritenere che qualcosa di serio, di importante, di significativo stia cambiando all’interno del mondo mussulmano.

DOMANDA
Potrebbe precisare che cosa intende quando usa il termine laico in rapporto al mondo mussulmano? Cosa significano in rapporto al mondo mussulmano i termini moderato e laico?

ALLAM
I termini moderato e laico significano essenzialmente usare la propria testa, usare gli stessi parametri razionali quando si ha a che fare con il prossimo, quando si devono affrontare delle realtà che concernono la vita: quindi assumere degli atteggiamenti che si ispirano alla razionalità, all’umanità, ad una tradizione che è il frutto di esperienze del vissuto delle persone. Si parte dall’io, dalla persona umana per poter dialogare e costruire insieme ad altre persone umane e lo si fa in modo tale che possa essere assolutamente compatibile con una identità religiosa che viene percepita come non contrapposta alla logica, alla razionalità, al buon senso.
Noi probabilmente, qui in Occidente, quando parliamo di islam o di mussulmani tendiamo e immaginare uno stereotipo. Io ho scritto il mio libro anche perché e l’ho dico nelle prime pagine, mi sono sentito troppe volte rivolgere l’interrogativo: “Ma lei è mussulmano o è laico?”. Ebbene ho ricordato come la stessa domanda sull’identità religiosa era una domanda che non mi si rivolgeva quando ero in Egitto negli anni Cinquanta e Sessanta e non mi si rivolgeva quando ero in Italia a partite dal ’72 perché non c’era un approccio nei confronti dell’altro in cui la dimensione religiosa veniva percepita come discriminante, come importante per la classificazione della persona. Oggi la gente ha la necessità di sapere se io o altri siamo mussulmani perché si immagina che il mussulmano significhi una cosa ben specifica: ad esempio, si dice che l’islam è intrinsecamente incompatibile con la libertà, con la democrazia, che non distingue tra la sfera spirituale e la sfera secolare. C’è un contesto sul piano dello stereotipo del luogo comune che porta ad immagine che se l’islam è una certa cosa, il mussulmano necessariamente è un qualcosa che nel libro io definisco “l’homo islamicus”, quasi una razza a parte: si parte da una certa interpretazione della religione percepita come monolitica, prevalentemente integralista, immutabile nel tempo, per ipotizzare che il mussulmano sia la conseguenza, il riflesso, il risultato automatico e acritico di questa interpretazione della religione. Io modero da anni dei forum - prima sul sito de “La Repubblica”, poi sul sito de “Il Corriere della Sera” - e ci sono dei forumisti, dei partecipanti a dei forum, che hanno una voglia ossessiva e spasmodica di conoscere se io sono veramente mussulmano, se io sono un vero mussulmano, perché per loro essere un vero mussulmano significa avere la barba lunga, avere la jellaba, ragionare in un certo modo, prima di parlare invocare il nome di Dio, fare riferimento sempre ai versetti del Corano: se uno non corrisponde a questo stereotipo, non è un vero mussulmano. Nella lettera aperta a Oriana Fallaci, io scrivo - perché anche Oriana Fallaci ad un certo punto mi dice “tu sei diverso perché non sei un vero mussulmano, sei un laico” - che l’affermazione “tu non sei un vero mussulmano” è l’accusa che mi viene rivolta dagli estremisti e dai terroristi islamici che mi  hanno condannato. É questo quello di cui noi dobbiamo liberarci, l’immaginare che esista “l’homo islamicus”. Paradossalmente l’islam dovrebbe essere la religione più laica in assoluto perché si fonda sul rapporto diretto fra il fedele e Dio, non contempla la presenza del sacerdote, dell’intermediario, non ha un clero; non ha un Papa che incarna il dogma della fede: quindi, anche da un punto di vista dottrinale, l’islam dovrebbe essere – dico dovrebbe perché poi la realtà non è così – laico, ma se vogliamo questo va a beneficio di quelli che affermano la loro laicità, pur senza disconoscere un riferimento identitario - d’altro canto nell’islam non serve battezzarsi per essere mussulmani lo si è automaticamente dalla nascita nascendo da genitori mussulmani -.
Quindi la laicità è un qualcosa che significa semplicemente buon senso, che significa pragmatismo, che significa agire da persone di buona volontà. E questa laicità c’è sempre stata nel vissuto dei mussulmani e io parlo con dovizia, nella prima parte del mio libro, dell’islam che ho vissuto, dove c’era un’ampia realtà di laicità che conviveva tranquillamente con una appartenenza religiosa interpretata  e percepita con moderazione.

DOMANDA
Una delle obiezioni principali che vengono fatte è che il terrorismo è stato provocato dalle politiche degli Stati Uniti: lei come risponde a questo?

ALLAM
Rispondo anche in questo caso tramite una documentazione seria dei fatti. Il terrorismo di matrice islamica a differenza del terrorismo nazionalista arabo degli anni Settanta e Ottanta che era per lo più di matrice palestinese, laico, nazionalista, con cui si intendeva in modo sbagliato, in modo deplorevole, affermare il diritto dei palestinesi all’esistenza e ad un proprio stato, questo terrorismo islamico ha le sue prime manifestazioni negli attentati terroristici suicidi nel 1983 quando dei kamikaze sciiti – libanesi, gli hezbollah, si fanno esplodere provocando centinaia di morti fra i soldati americani, britannici e francesi che si trovavano a Beirut per una azione umanitaria a difesa delle popolazioni palestinesi rimaste indifese dopo l’evacuazione forzata dei feddayn di Yasser Arafat.
La seconda ondata di questo terrorismo, di terrorismo suicida di matrice islamica, è nell’ottobre del 1993, un mese dopo che Yasser Arafat e Izrak Rabin si strinsero la mano, il 28 settembre del 1993 alla Casa Bianca, promuovendo un processo di pace sulla base del negoziato. Ebbene il fatto che i primi autobus che esplodono a Gerusalemme e a Tel Aviv per colpa di terroristi islamici suicidi avvenga all’indomani di questa storica stretta di mano è una chiara testimonianza della natura aggressiva e non reattiva di questo terrorismo: i territori palestinesi erano occupati dal 1967, questo terrorismo invece esplode soltanto nell’ottobre del 1993 ed è pianificato, finanziato, attuato con il chiaro intento di sabotare un processo di pace avviato all’epoca da Yasser Arafat.
Contemporaneamente avviene l’ascesa di Osama Bin Laden, che è un miliardario saudita, un miliardario che non ha nulla a che fare con la disperazione dei palestinesi, né con situazioni di ingiustizie da sanare, ma che invece ha investito le sue immense fortune nel terrorismo in primo luogo per privatizzare questo fenomeno che fino ad allora – e stiamo parlando della seconda metà degli anni Novanta – era un terrorismo sottomesso alla mercé di alcuni stati canaglia - che all’epoca erano l’Iraq di Saddam Hussein, la Siria di Hafez Al Hassad, la Libia di Gheddafi, lo Yemen del Sud, il Sudan -. Bin Laden riesce con le sue fortune a privatizzare questo fenomeno, poi a globalizzarlo dando vita ad una rete di cellule disperse un po’ ovunque nel mondo e lo fa da imprenditore del terrore, lo fa con la logica dell’imprenditore che investe nello strumento del terrorismo per conseguire un obiettivo di potere: il potere in Arabia Saudita, il suo paese natale, non a caso il paese dove sono custoditi i due maggiori luoghi di culto sacri dell’Islam - le moschee di La Mecca e di Medina -, non a caso il paese che detiene le maggiori riserve di greggio al mondo e quindi il paese in grado di condizionare l’orientamento religioso di tutti quei mussulmani che guardano alla Mecca quando pregano e che una volta nella vita, almeno una volta nella vita, si recano in pellegrinaggio alla Mecca e di condizionare le sorti dell’economia e della politica internazionale.
Il terrorismo che oggi noi conosciamo, di cui siamo testimoni e vittime e che ha avuto nell’11 settembre il suo momento culminante, è un terrorismo di natura aggressiva, non reattiva. Il fatto che poi gli americani abbiano commesso degli errori – e ne hanno commessi sin troppi prima, durante e dopo la guerra in Iraq – questo non significa in alcun modo, non giustifica in alcun modo il terrorismo, né significa che il terrorismo sia stato originato, alimentato dalla politica americana perché ricordiamoci che l’11 settembre è nel 2001, la guerra in Iraq è nel 2003 ma anche prima dell’11 settembre del 2001 Al-Qaeda aveva già infierito con i suoi attentati e aveva già provocato centinaia e centinaia di vittime. 

DOMANDA
Al Meeting di Rimini dell’anno passato c’è stato un incontro – confronto con fra gli altri Luca Doninelli e il direttore di Al-Jazeera: il giudizio di quell’incontro era che in fondo alla fine dei tempi ciò che cambierà la storia non saranno le grandi ideologie ma il rapporto fra due persone che dialogano, consapevoli di ciò che sono. Se penso alla mia esperienza, io ho tantissimi amici mussulmani che non mi hanno mai chiesto di rinunciare ad essere cristiana, ma se penso all’islam come astrazione ne ho paura anche perché mi è stato detto per esempio che è insito nella natura stessa dell’islam l’azione di conquista, per cui è come una cosa originaria che non potrà mai essere scissa dalla religione. Allo stesso tempo mi chiedo: se questo rapporto fra due persone che dialogano è l’unico fattore che può cambiare la storia, come può diventare cultura, poiché penso che questo sia il punto di svolta.

ALLAM
Questa riflessione è molto bella perché parte proprio dall’esperienza concreta: l’incontro fra due persone, il confronto sui temi concreti rappresenta la base solida per costruire insieme. Allo stesso tempo l’incontro non può e non deve essere semplicemente un abbraccio formale, il confronto deve concernere anche i temi di fondo tra cui il valore della vita, il rispetto della diversità e la costruzione di un terreno comune sul piano dei valori e dei principi. Non è ipotizzabile una convivenza fra sistemi di valori e di principi diversi all’interno dello stesso spazio umano, sociale, giuridico: questa illusione è crollata là dove è stata sperimentata, nei paesi dove è stata perseguita l’ideologia del multiculturalismo, dove si è immaginato che il laisse faire culturale fosse sufficiente affinché concedendo la libertà, questa libertà diventasse patrimonio comune. Non è così: ci deve essere un riferimento identitario forte e condiviso tra tutte le persone che condividono lo stesso spazio umano, giuridico, sociale, ovviamente salvaguardando delle legittime identità sul piano religioso, culturale – inteso come manifestazioni che attendono alla tradizione, a quelle che possono essere delle tendenze artistiche –, ma noi non possiamo prescindere da una piattaforma solida e condivisa sul piano dei valori e dei principi.
Questa piattaforma deve ovviamente contemplare anche una riflessione su l’identità dell’islam. A riguardo è confortante sapere che, da sempre e non da oggi, c’è all’interno dell’islam una corrente di pensiero riformatrice, liberale che partendo – e qui siamo al IX secolo, quindi ai primordi dell’islam –dall’affermazione che il Corano è certamente un testo sacro, ma creato non in-creato, arriva ad affermare che proprio perché in-creato debba comprendere la logica della storicizzazione, della contestualizzazione dei suoi contenuti, quindi l’interpretazione scientifica dei suoi versetti. Questo approccio che si è espresso nella scuola detta motasilita, in una delle dinastie islamiche attraverso dei grandi pensatori dell’islam – a partire da Averroè, tanto per fare un nome noto – è una realtà che ha anche oggi dei suoi adepti che devono essere aiutati ad emergere, ad affermarsi, ma soprattutto è una realtà, di islam laico, liberale, moderato che ha sempre avuto una presenza nel vissuto delle persone. É chiaro che la nostra percezione è fortemente condizionata dagli eventi più scioccanti, dagli eventi più traumatizzanti e sanguinosi – è chiaro che se accade un 11 settembre, se quattro aerei vanno a scagliarsi, trasformati in bombe umane, contro degli edifici provocando migliaia di morti, quell’immagine condiziona pesantemente la nostra percezione dell’islam e dei mussulmani –, ma quando si vuole edificare veramente qualcosa che è destinato a durare nel tempo, poiché non si tratta mai di fare opera di semplice altruismo, noi abbiamo il dovere e l’interesse di coniugare la buona volontà, l’altruismo con quello che è un sano interesse egoistico perché poi dobbiamo comunque confrontarci con le nostre esigenze, con la nostra realtà, non possiamo far finta che noi non ci siamo.
C’è il terreno affinché si definisca una piattaforma comune sul piano dei valori e dei principi ed è un processo che deve essere aiutato, che deve affermarsi, ma è un processo che ha delle radici all’interno dell’islam e dei mussulmani ed è un processo che va richiesto a viva voce, che non va sottaciuto: io sono contrario alle politiche degli abbracci a beneficio delle telecamere, sono contrario ai dialoghi senza contenuto. Ritengo nell’interesse di tutti, che l’incontro debba essere un incontro concreto, un incontro concreto che vada a soddisfare quelle che sono le reali e autentiche aspettative di ciascuno di noi.

DOMANDA
Lei ha parlato della crisi di unità dell’Occidente ma ci sono delle cose un po’ più profonde per le quali chiederei una presa di posizione in quanto giornalista: il 27 maggio su “La Repubblica”, Gustavo Zagrebelskij ha detto che tutti quelli che in Italia non vanno ha votare domenica prossima sono degli immorali e ha citato un filosofo inglese di fine Seicento che affermò che il cattolicesimo era il più grande pericolo per la tolleranza, la libertà, la democrazia e non ci deve essere nessuna tolleranza per loro. É lecito chiederle un netto dissenso in quanto giornalista e vice direttore de “Il Corriere della Sera” dai contenuti del suo collega Zagrebelskij in quanto promotore di intolleranza?

ALLAM
Io parlerò a titolo mio personale - e oltretutto sono de “Il Corriere della Sera” e non più di “La Repubblica” dove ho lavorato per 24 anni -, ma parlo esclusivamente a titolo personale e riallacciandomi alla mia precedente esposizione. Proprio perché l’Occidente attraversa una crisi di identità, proprio perché è pervaso da un ideologismo che ha portato al nichilismo, alla relativizzazione del valore della vita, proprio perché questo Occidente è riuscito a produrre dei mostri sul piano del pensiero che hanno affermato che i tagliagole in Iraq sarebbero i veri resistenti, dico che a maggior ragione in questo contesto bisogna difendere strenuamente il valore della vita. Per quello che concerne me personalmente considero legittima e appropriata la decisione di non andare a votare al referendum perché credo che oggi quello che va soprattutto difeso è la vita.
Oggi a pagina cinque de “La Stampa” c’era un trafiletto in cui si annuncia che a Manhattan sono in vendita degli embrioni dei vichinghi, embrioni di giovani scandinavi che assicurano dei figli alti, robusti e dagli occhi blu: stiamo parlando di una realtà che riguarda l’oggi. Io credo che questo sia un qualcosa che deve metterci in guardia da quella che è una manipolazione di cui si può sapere come inizia ma non si sa come finisce.

DOMANDA
Dottor Allam, rappresento i Comitati Spontanei qui a Torino, gente che vive nei quartieri come Porta Palazzo, San Salvario, Barriera di Milano, Pellerina, situazioni molto difficili. Noi apprezziamo le sue posizioni, le abbiamo dato il benvenuto, ma abbiamo la percezione che le sue posizioni siano ancora molto poco rappresentate e con pochi seguaci. Noi abbiamo l’impressione che in determinati quartieri qui a Torino - ma le Porta Palazzo non sono soltanto a Torino, ma in tutta Italia – si stiano creando delle enclavi di persone che non hanno nessuna intenzione di farsi assimilare, di aggregarsi, non abbiano alcuna intenzione di formare un’unica comunità. Quando lei pensa che le sue idee che sono all’avanguardia, che sono apprezzabilissime, che a noi piacciono tanto, saranno condivise da questa stragrande maggioranza che vive ormai nelle nostre città?

ALLAM
Sono convinto che in Italia sia arrivato il momento di dar vita ad un vero e proprio ministero ad hoc che si occupi di immigrazione, di integrazione e di cittadinanza, che investa sul processo di integrazione degli immigrati cominciando dall’aspetto linguistico - che spesso è carente -, dall’aspetto culturale, dalla conoscenza e condivisione dei valori fondanti della Costituzione della società italiana. É ormai del tutto evidente che la cittadinanza non si risolve nella concessione del passaporto, che la cittadinanza se è scevra, priva, lacunosa di un sistema di valori condiviso finisce per rappresentare un rischio e una minaccia. Gli olandesi l’hanno scoperto dopo il 2 novembre scorso quando, nel centro di Amsterdam, un terrorista con cittadinanza olandese, nato in Olanda, di origine marocchina, ha sgozzato Theo van Gogh, giornalista e scrittore, “colpevole” di aver prodotto un film, “Submission”, in cui denuncia una vicenda specifica di violenza nei confronti di una donna mussulmana.
In Italia c’è una grossa lacuna sul piano dell’integrazione degli immigrati: è una lacuna che va colmata investendo seriamente affinché si affermi e si diffonda l’integrazione, la cultura della convivenza e la cultura della condivisione dei valori della società italiana. A tutt’oggi, il problema dell’immigrazione - o meglio la tematica dell’immigrazione - è di pertinenza del Ministero dell’Interno, perché viene percepito soltanto nella sua dimensione della sicurezza: è un errore perché la sicurezza può fare qualcosa sia nell’ambito della prevenzione della clandestinità, dell’immigrazione clandestina - ma neanche tanto come vediamo – oppure nella repressione dei fenomeni eversivi, devianti, ma ci troviamo in una fase in cui il male è già stato compiuto.
Bisogna invece prevenire sul piano culturale, sul piano delle idee e prevenire anche orientando gli immigrati e selezionandoli in modo tale che la loro presenza in Italia sia, da un lato, proficua sul piano dell’inserimento socio–culturale e, dall’altro, anche utile sul piano della produttività economica. Questo purtroppo è un qualcosa che in Italia manca quasi del tutto, quello che si fa è affidato a organizzazioni non governative che svolgono un’attività lodevole, apprezzabile, con molti volontari che offrono il loro tempo e le loro risorse per cercare di migliorare la situazione, ma questo no basta. Ci vuole una partecipazione e un impegno serio, diretto dello Stato affinché non ci siano più dei ghetti, affinché non ci siano più situazioni di forte disagio come a Porta Palazzo e altrove, perché questo indubbiamente lede i diritti degli italiani, ma contemporaneamente viola la stessa dignità degli immigrati: quando si riducono fin da bambini a fare gli spacciatori oppure sono costretti ad attività sicuramente non gratificanti, non dignitose della persona umana non è certamente questo quello a cui loro aspirerebbero. A mio avviso bisogna attivarsi nell’ambito di una sana, corretta ed efficiente politica di integrazione per riuscire a modificare radicalmente questa realtà.

DOMANDA
Ma l’islam cosa fa per cercare di muovere anche la gente dell’islam a cercare di integrasi? Questa era la mia domanda.

ALLAM
Io ritengo che sia un dovere e un diritto in primo luogo dello Stato italiano quello di affermare la piena legalità su tutte le realtà e le istituzioni esistenti sul territorio italiano. Lo Stato italiano non deve tollerare che crei una situazione come quella di Porta Palazzo o di San Salvario: deve impedire che ci siano quei contesti dove la cittadinanza italiana veda lesa i propri diritti e dove gli stranieri siano costretti a vivere in condizioni che sicuramente non sono dignitose per loro. Non è una responsabilità dei cittadini italiani: i cittadini italiani sono vittime di questa situazione.

DOMANDA ROSBOCH
Io prima di concludere chiederei al dottor Allam una battuta su due questioni che non sono state trattate ma mi paiono importanti. La prima è: quale è il ruolo delle comunità cristiane in terra d’islam? Mi ha colpito la presenza nel libro di una lunga descrizione degli anni in cui lui è stato a scuola prima dalle suore e poi dai salesiani in Egitto. Il secondo tema, una battuta sulle discussioni che ci sono spesso sulla validità o meno come metodo di rapporto fra gli stati del principio di reciprocità

ALLAM
Intanto chiariamo che i cristiani nei paesi arabi non sono degli ospiti, sono degli autoctoni: tutta quell’area che sta a sud-est del Mediterraneo era un’area cristiani fino al VII secolo e tutt’oggi ci sono delle comunità cristiane che purtroppo si riducono sempre più a causa di realtà di dittature e di persecuzioni che ci sono in questi paesi.
Ma quello che vorrei sottolineare è che il cristianesimo è di casa nei paesi arabi e mussulmani ed è di casa con radici profonde: in Egitto la comunità cristiana – copta si considera giustamente come erede della vera, dell’antica civiltà egizia perché sono gli egiziani che non si sono arabizzati, nel senso dell’appartenenza familiare, non si sono islamizzati nel senso religioso, quando a partire dal VII secolo l’islam è dilagato in tutta quella regione. La realtà dei cristiani nei paesi arabi è una realtà difficile: ci sono delle chiese quasi ovunque, ci sono delle comunità cristiane, ma non c’è quella libertà religiosa che consenta, ad esempio, la diffusione, la predicazione della religione, il proselitismo, la conversione - che sono spesso sanzionate, punite -, e c’è la realtà, a proposito di reciprocità, dell’Arabia Saudita che percependo se stessa nell’interezza del suo territorio come territorio sacro dell’islam, non ammette la costruzione di chiese sul proprio territorio.
Io credo che alla base di questo ci sia una cultura dell’intolleranza, un’intolleranza che è in primo luogo interna all’islam stesso: a tutt’oggi, a Teheran, la capitale dello stato sciita per antonomasia, non c’è una sola moschea sunnita; oggi molti dei kamikaze che mietono vittime tra la popolazione civile in Iraq lo fanno partendo dall’adesione ad una ideologia islamica wahabita, che è presente e maggioritaria in Arabia Saudita e, condannando di eresia gli sciiti, ne legittima il massacro indiscriminato. Quindi è una intolleranza presente all’interno stesso dell’islam che porta a manifestare, ad affermare questa intolleranza anche nel rapporto con l’altro, con le altre religioni.
Non ho dubbi sul fatto che quando si affermerà una realtà di tolleranza fra le varie anime dell’islam, tra le molteplici anime dell’islam, una realtà di rispetto, di accettazione della pluralità, allora si affermerà anche una realtà di rispetto e di accettazione della diversità religiosa - quindi anche per quel che riguarda il cristianesimo, della libertà della religione cristiana nei paesi mussulmani -: sono due facce della stessa medaglia.

ROSBOCH
Nel ringraziarla per questa serata così appassionante, così piena di spunti, desidero riprendere una frase che lei ha detto an passant in una delle risposte: “ La mia è una vicenda in cui c’è in ballo la mia vita stessa”. Mi ha colpito questa coscienza che lei ha della responsabilità sua personale e di come ciascuno di noi è responsabile del futuro del nostro paese e del mondo. Insieme a questa, mi è venuta in mente una frase che ho letto recentemente in quel bellissimo libro che contiene il dialogo fra l’allora cardinal Ratzinger e il Presidente del Senato, Pera, in cui Ratzinger dice: “Il destino di una società dipende sempre da minoranze creative: qualcosa di vivo non può che nascere altrimenti che da una cosa viva”. Io credo che l’incontro di questa sera sia di questo genere e per questo la ringrazio moltissimo.

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