Presentazione del libro "UNA VIA PER INCOMINCIARE" Il dissenso in URSS dal 1917 al 1990 di Marta Dell’Asta
Interventi di: Marta Dell’Asta e Massimo Caprara
Martedì 16 marzo 2004 ore 21.00
Questa sera, a nome del centro culturale P.G. Frassati, siamo molto lieti di aver organizzato quest’incontro sul libro edito da La Casa di Matriona “Una via per incominciare”, la storia del dissenso russo dal 1919 fino al 1980. Introduco brevemente i due relatori: alla mia destra, la Professoressa Marta Dell’Asta, giornalista e ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, che è appunto l’autrice di questo libro e poi alla mia sinistra, ospite graditissimo per tutti noi - è da tempo che volevamo invitarlo - l’onorevole Massimo Caprara.
Brevemente, introduco la biografia di Massimo Caprara: è stato dal 1944 per circa vent’anni, segretario di Palmiro Togliatti e come tale ha vissuto dall’interno gli avvenimenti fondamentali della storia del Partito Comunista Italiano, avendo anche l’occasione di incontro e di contatti con i leaders del Comintern: da Stalin a Tito, Chruscev, Breznev, Linpiao, Che Guevara.
E’ stato sindaco di Portici negli anni ’50 e successivamente consigliere comunale di Napoli sino al 1997.
Deputato alla Camera per vent’anni, dal 1953 segretario del gruppo comunista, membro del comitato centrale, responsabile regionale per la Campania, venne radiato dal Partito Comunista nel 1969 insieme al gruppo del Manifesto, dei quali è stato uno dei fondatori.
Da allora Caprara, pur praticando l’impegno politico, non ha più preso tessere di partito, preferendo il riesame della sua esperienza di militante e la testimonianza critica e sofferta della vicenda del Partito Comunista Italiano e di quelli stranieri. Giornalista professionista, primo redattore capo di Rinascita, diretta da Togliatti, è stato in molti paesi, dalla Cina al Cile, come inviato de Il Mondo, L’Espresso, Tempo Illustrato. Negli anni ’80 è stato direttore responsabile del quotidiano Il Diario con edizioni a Napoli e Caserta. Ha diretto successivamente il mensile l’Illustrazione Italiana sino al 1997 e attualmente è collaboratore fisso de Il Giornale, chiamato personalmente dall’allora direttore Montanelli nel 1985. Ha realizzato numerosi servizi, inchieste, reportage televisivi in varie puntate per la RAI tra i quali: Storia della Chiesa in Ucraina, Pianeta URSS, Dove va il Pci, Cara Italia.
Ha pubblicato molti libri....in particolare ricordiamo nel 2001, da Ares “Gramsci e i suoi carcerieri” e nel 2000 “Paesaggi con figure”. Nel 2001, edito da Mondadori “Pci: la storia dimenticata” curato da Sergio Bertelli e Francesco Bigazzi, Massimo Caprara è autore di tre saggi sul trozkismo, l’attentato di via Rasella e l’oro di Dongo. Nell’ottobre 2002 è stato nominato consulente della commissione parlamentare d’inchiesta del dossier Mitrokin. Nell’agosto 2003 ha pubblicato presso la casa editrice Itacalibri, un suo saggio su “Togliatti, ritratto da vicino”.
Il libro che presentiamo questa sera, ci sembra rappresenti una possibilità grande di conoscenza per tutti: da una parte c’è una enorme passione e una enorme competenza in chi lo scrive, e dall’altra, offre anche la possibilità di incontrare realmente un’esperienza, quindi ci sembra che questo libro sia unico nel suo genere.
DELL’ASTA: Il fenomeno del dissenso in Unione Sovietica oggi è praticamente sconosciuto, i giovani non ne hanno mai sentito parlare, e chi per età può ricordarselo, gli rimane una vaga idea, ma nient’altro. E invece è stato un fenomeno unico e molto importante che ha fatto parte della storia del XX secolo. Lo si può anche definire una cultura della coscienza oppure una opposizione morale al totalitarismo. Ed è stata la prima forma di opposizione a un regime totalitario che noi abbiamo incontrato nel XX secolo, tenendo conto che il totalitarismo è una novità introdotta nel XX secolo e tuttavia, nonostante questa memoria corta che abbiamo, se il regime sovietico è caduto senza spargimenti di sangue, un ruolo primario l’ha avuta proprio questa protesta portata avanti dal dissenso, perchè questa cultura nuova indipendente che si era creata, vedremo rapidamente come, ad un certo punto ha raggiunto una forza tale che il governo che la combatteva e l’aveva sempre combattuta, non ha più potuto non tenerne conto. Tanto è vero, che quando è iniziata la Perestrojka con Gorbacev, la parola d’ordine prima della perestrojka era “glasnost”, ovvero il dovere di dare trasparenza a ogni atto governativo. Questa glasnost l’aveva presa in prestito proprio dai valori, dalle richieste insistentemente fatte dai dissidenti fin dagli anni ’60. Quindi ha dovuto parassitare a un ambito di valori che non era suo proprio, ma che era stato imposto come valido dai dissidenti.
Sicuramente l’Unione Sovietica è caduta per un complesso intricato di motivi di ordine pragmatico, fra cui appunto c’entrano equilibri mondiali, motivi economici, militari e così via, però la svolta del ’91 non si può spiegare mettendo uno accanto all’altro tutti questi elementi, se non teniamo conto dell’elemento che ha fatto da catalizzatore, che è stato appunto il dissenso: un elemento non di ordine pragmatico, ma di ordine culturale e spirituale. Questo elemento ha avuto un valore sovversivo all’ennesima potenza, cioè è stato l’elemento veramente sovversivo che ha portato al rovesciamento del regime.
Io, prima, ho detto che il dissenso è stato un movimento di opposizione, e tuttavia mi rendo conto che bisogna chiarire alcuni elementi, perchè noi stessi siamo abituati a ragionare in termini politici e quando parliamo di movimento di opposizione abbiamo in mente una opposizione politica. Mentre il dissenso non è mai stata una opposizione politica. Non ha mai voluto essere un partito. E’ sempre stato qualcosa d’altro, qualcosa di più vasto che non un movimento politico, più radicale, che andava più a fondo e in questo senso un’opposizione qualitativamente nuova, diversa da quelle che si erano viste prima e che si sono viste anche dopo. Si trattava di una posizione umana, un porsi diverso del soggetto umano, che creava poi una cultura indipendente, assolutamente non violenta e che però è riuscita senza mai ricorrere al ricatto, alla violenza, neanche verbale, ad aprirsi degli spazi all’interno di una cultura che era assolutamente ostile, estranea, che non aveva un linguaggio comune con quello del dissenso; all’interno di questa cultura di regime, ha cominciato a crearsi dei piccoli spazi che poi ha allargato sempre più fino ad arrivare a disgregare completamente la cultura di regime, a togliere tutte le motivazioni che l’avevano retta e rendendo estremamente fragili i piedi del gigante, questo fondamento ideologico che reggeva tutta la costruzione del regime si è disgregata mettendo a nudo la fragilità di tutta la costruzione. Una cosa vorrei che fosse chiara, che io ho constatato mettendo mano a tutti i documenti, leggendo gli episodi e le storie: che questo del dissenso, che è un processo che cronologicamente si situa tra la fine degli anni ’50 e la metà degli anni ’80, con Gorbacev e la Perestrojka, non è stato un processo storico ineluttabile, fatale.
Le circostanze non portavano a far nascere il dissenso, mentre molto spesso il movimento viene letto, interpretato in questi termini: normalmente si dice, quando è morto Stalin nel ’53, è succeduto Chruscev che ha inaugurato la liberalizzazione del regime, la destalinizzazione nel ’56 in particolare. Questo ha fatto nascere il dissenso, così si dice. Anche secondo questa semplicistica analisi, noi diventiamo debitori di criteri di giudizio di tipo marxista, per cui c’è come un determinismo storico, ci sono determinate condizioni, la grande politica fatta dai vertici che produce queste conseguenze, quindi Chruscev, in pratica, è il padre del dissenso con la sua liberalizzazione. I fatti invece non sono andati in questo modo. I fatti dimostrano che questa liberalizzazione, iniziata nel ’56, è stata voluta per motivi politici, per allentare questa terribile tensione prodotta dal terrore stalinista, ma è stata anche chiusa molto presto, quando si riteneva che il suo scopo fosse raggiunto, appunto allentare questa tensione. E quello che interessava al regime non era andare a scoprire ciò che era sbagliato nel regime, a scoprire le menzogne che erano state dette, gli errori che erano stati fatti, ma semplicemente sostituire alcune menzogne con altre e togliere delle censure per sostituirle con nuove censure. Per fare un esempio, Chruscev, il nuovo segretario generale del partito dopo Stalin, era stato il braccio destro di Stalin e in molte circostanze concrete, aveva sopravanzato il maestro nel prendere l’iniziativa, nello zelo delle repressioni eccetera... ma tutto questo, quando si destalinizza, non viene fuori naturalmente, questa è una censura che rimane completa e totale e tutte le colpe vengono gettate sul morto, che tanto non può più difendersi e ormai ha concluso la sua carriera politica. Quindi questa destalinizzazione che viene dall’alto ha un vantaggio grande che è quello di togliere il terrore fisico che impediva qualsiasi azione, qualsiasi pensiero, irrigidiva la mente e il corpo, ma certamente non ha dato il via al dissenso in quanto tale. Perché quel piccolo spazio di libertà che si era aperto con la destalinizzazione, aveva portato la società verso una nuova deriva, si era passati dal consenso più assoluto e totale, la gente temeva Stalin ma lo amava, a un conformismo dove c’era meno amore, ma c’era più passività, più ipocrisia, disimpegno, irresponsabilità... ecco queste sono le caratteristiche della società sovietica che con la destalinizzazione prendono il sopravvento. Quindi non più la fede comunque appassionata nel comunismo, ma un conformismo piatto degenerante. Diciamo che la libertà prende spontaneamente questa strada, quella che poi verrà chiamata come “stagnazione”: ci sono stati decenni di stagnazione, ma appunto perchè era la forma del tutto negativa che questa piccola libertà concessa dall’alto spontaneamente prendeva. E questo lo vediamo in Unione Sovietica, ma in tanti altri paesi del passato e anche del presente, dove l’uomo, il cittadino cerca di accomodarsi in un piccolo spazio di tranquillità. Perchè da questo corpo sociale malato nascesse invece un ramo vitale, una cultura nuova, come quella del dissenso c’è voluto qualcosa, non semplicemente il comando dall’alto. Questa cultura alternativa è stata scelta, voluta, questo è un altro punto che vorrei chiarire in maniera precisa: niente portava necessariamente, fatalmente verso la nascita del dissenso, perchè comunque la repressione esisteva, comunque gli spazi aperti per un breve periodo sono stati richiusi, e si è continuato il controllo a tappeto della società, ma in tutto questo ci sono state delle persone, prima poche, poi di più, che hanno fatto una scelta libera, un rischio di dimostrare apertamente nel loro modo di porsi, di comportarsi, di parlare, di scrivere quello che pensavano. Il fatto che, ad un certo punto, specialmente dopo la destalinizzazione, molti cittadini avessero iniziato a capire, a sospettare che quello che diceva l’ideologia ufficiale non corrispondesse alla verità, è un fatto evidente e chiaro, si può anche intuire, erano molti, erano anche migliaia forse anche milioni che avevano capito, ma un conto è capire, un conto è iniziare a comportarsi di conseguenza e questo è un passo ben più difficile, perchè si rischiava tutto, si metteva su un piatto la propria esistenza professionale e anche personale e privata. Ci sono state alcune persone che gratuitamente hanno fatto questo passo e questo ha fatto nascere il dissenso: questo rischio libero, gratuito di alcune persone - perchè attenzione il dissenso non era un movimento politico, non mirava a rovesciare il potere, certo non gli dispiaceva questa cosa qui, questa eventualità anzi era auspicata, ma non era il suo scopo primario. Quindi non c’era nessuno che sceglieva di diventare dissidente per un progetto di potere, quindi per uno scopo politico, perchè questo scopo non esisteva, non c’era. E allora chi decideva di fare questo passo, lo faceva gratuitamente, per una esigenza interiore, personale, di carattere morale e spirituale e non per altro. E questa scelta veniva regolarmente pagata personalmente e anche a caro prezzo, con vari modi: con la prigione, con il lager, con l’espulsione, con la perdita del lavoro e così via. Questo è un prezzo che i dissidenti hanno liberamente scelto di pagare, e questa è una delle caratteristiche comuni a uomini che poi per il resto, avevano posizioni diverse, c’erano credenti, non credenti, c’erano anche dei socialisti, dei monarchici come dei nazionalisti... le posizioni potevano essere molto diverse, ma la posizione personale era identica, cioè il fatto che per un’idea di verità si era disposti a compromettersi, a pagare di persona. Il dissenso è nato proprio a questo punto, verso la fine degli anni ’50 e potremmo fare tanti nomi. Vi posso ricordare un nome che dovrebbe esservi noto, quello di Boris Pasternak, il grande poeta che ha proprio fatto un cammino di questo tipo: lui era già famoso, non aveva bisogno di cercare nulla, però un uomo come lui, ebreo, laico, di famiglia non credente, ad un certo punto incontra il cristianesimo e attraverso questa nuova visione che il cristianesimo gli apre, si volge verso la storia della Russia e capisce più a fondo, comprende, la grande tragedia della rivoluzione e decide di scrivere tutto questo in un romanzo, il primo romanzo della sua vita, lui che era poeta, invece. Scrive ”Il dottor Zivago”, classico libro per il cassetto, come si dice, cioè un libro che lui aveva scritto per sè, non per pubblicarlo, perchè era impossibile da pubblicare un libro così esplosivo. E quest’uomo, a un certo punto, fa un passo di maturazione, perchè dice “io ho scoperto questo, ma non basta, non basta neanche che io abbia scritto il libro, bisogna che faccia in modo che altri lo leggano, che altri sappiano” e allora c’è questo passo ulteriore, il rischio di pubblicare all’estero il romanzo, cosa gravissima per l’Unione Sovietica di allora. Siamo nel 1957, è già iniziata la destalinizzazione, ma la libertà, lo spazio di libertà è minimo e questo non contempla il poter pubblicare all’estero. Invece Pasternak permette che Feltrinelli, la casa editrice italiana, pubblichi questo romanzo e per lui è uno scandalo terribile che pagherà pesantemente. Volevo leggervi un brano di una sua lettera che scrive proprio in questo periodo a un amico in cui si vede chiaramente l’intenzione, la disposizione d’animo con cui lui ha affrontato questo passo. Dice: “L’unica cosa per cui non ho da pentirmi nella vita è il romanzo. Ho scritto ciò che penso: se la verità che ho conosciuto deve essere espiata con la sofferenza, non è una novità e sono pronto ad accettare qualsiasi cosa”. Ecco, Pasternak è uno dei primi ad andare avanti, verrà ostracizzato, verrà criminalizzato, coperto di vituperi, verrà espulso dall’Unione degli scrittori, sarà costretto a scrivere una lettera di auto-accusa, non potrà andare a ritirare il Premio Nobel che nel ’58 gli viene dato e morirà un anno e mezzo dopo circa interiormente distrutto da questa campagna contro di lui, dopo che gli amici più cari gli avevano voltato le spalle. Lui è uno di questi e sarà un maestro per gli altri. Possiamo fare un altro esempio di un personaggio completamente diverso: Andrej Sakarov, fisico nucleare, il padre della bomba ‘H’ sovietica - siamo nel periodo della guerra fredda, quindi immaginate l’importanza che il regime dava alla creazione della bomba all’idrogeno. Sakarov era la mente che stava dietro a questo eppure lui, a un certo punto, incomincia a rendersi conto che gli esperimenti che si fanno al suolo nel deserto del Kazakistan sono pericolosissimi per la popolazione. Questo è una cosa che non interessa assolutamente al regime, all’establishment, ma lui incomincia a pensare in termini di responsabilità personale a questa vicenda, dice: “Ma io sono colpevole di questo!”. E allora incomincia a scrivere lettere ai suoi superiori dicendo: “Ma noi non possiamo permetterci di fare questo”. E questo cammino che inizia, assumendosi le proprie responsabilità lo porta ad un certo punto a venir tagliato fuori dalle ricerche scientifiche ad alto livello, però lo porta invece a conoscere i dissidenti e a unirsi a loro e sarà poi una delle anime del dissenso. Vedete due uomini completamente diversi ma tutti e due mossi da una percezione molto chiara della responsabilità personale, e accettando fin dall’inizio l’idea che per questo dovranno pagare, hanno iniziato un cammino che li ha portati ai margini della società civile sovietica, ma al cuore di questa cultura alternativa che stava nascendo, grazie a tante scelte di tanti uomini che avevano fatto lo stesso cammino. Può sembrare strano il fatto che il dissenso, con tutte le diverse correnti che c’erano all’interno, unanimemente non abbia voluto, si sia sempre rifiutato di scendere sul piano politico, di misurarsi con la politica e che non abbia mai cercato di dotarsi di una ideologia per rispondere all’ideologia che vedevano così fallimentare; un’ideologia magari più democratica, più umana, più intelligente, più equa... e invece si sono sempre rifiutati di farlo. Questo, devo dire anche per colpa di molti commentatori occidentali, giornalisti occidentali, è stato visto come un limite del dissenso, come una sua debolezza: non sono capaci di affrontare il piano politico, così veniva detto. In realtà, questa che sembra una debolezza del dissenso, è stato il punto più geniale della posizione del dissenso, quello che li ha portati a vincere alla fine, a vincere contro il regime. Perché, alla base di questa posizione non politica, c’era l’intuizione radicale che il problema del totalitarismo, della società totalitaria sovietica, non era la quantità di potere che il regime aveva in mano, e quindi bisognava cercare di prendergliene un po’, perchè fosse più democratico, ma era la qualità del potere, e la qualità del potere era data proprio dall’ideologia. Cos’era questa qualità del potere? Era la pretesa immanente di porre un progetto politico, ideologico, come l’orizzonte totale della vita umana: questa era la pretesa del totalitarismo, e loro, i dissidenti, hanno capito molto bene che bisognava uscire da questo terribile ricatto. Quindi hanno posto il problema su un altro piano, non su quello politico-ideologico, perchè il problema del totalitarismo si risolve a monte, si risolve cioè nel punto in cui è l’uomo che non dà l’iniziativa della propria vita ad altri, ma è lui che diventa soggetto attivo e cosciente. Ecco questo è il punto di differenza fra l’opposizione del dissenso ed altri movimenti di liberazione.
C’è un episodio che posso ricordare che è significativo proprio di questa qualità del dissenso, è uno degli episodi iniziali del movimento, quando nel luglio del ’58 a Mosca viene inaugurato un monumento a un poeta sovietico, Majakovski, e alcuni ragazzi che si trovano in piazza a sentire i discorsi ufficiali, alla fine di tutta la parte ufficiale salgono a loro volta sul palco e cominciano a recitare poesie, poesie proibite, che non venivano pubblicate, di autori proibiti... questo è uno dei primi gesti pubblici dei dissidenti, e qui dentro abbiamo tutta la natura del dissenso: non è una protesta politica che loro fanno, non è un programma che loro espongono: leggono poesie. Può sembrare una cosa futile. A cosa servono le poesie, quando siamo in un totalitarismo così opprimente? Ma è questa la via di fuga, cioè è l’uomo che riscopre di essere un soggetto libero, di poter avere un gusto personale per la propria vita, per il bello, per qualche cosa che dia senso. E questo è stato l’inizio e secondo questo inizio hanno poi proceduto. Anche il ’68 in Occidente, le proteste giovanili e studentesche del ’68, hanno avuto nel loro primissimo inizio un atteggiamento di questo tipo: questa ricerca del gusto nuovo per la vita, del senso e così via... Però in Occidente si è fatto l’errore classico, cioè si è andati subito a cercare lo strumento ideologico che ti desse l’analisi della situazione, che ti desse l’illusione di possedere la realtà e poterla manipolare e poterla cambiare. Questo errore non è stato fatto dal dissenso e difatti i due movimenti hanno preso strade completamente diverse: il ’68, come sapete, ha portato agli anni di piombo, al terrorismo e comunque a un vicolo cieco storico, ideologizzandosi sempre di più. Il dissenso, invece, col suo rifiuto radicale, col suo porre il problema a monte di qualsiasi ideologia, rifiutando l’ideologia, ha scelto una via modesta ma che in un trentennio è riuscita a svuotare dal di dentro e a capovolgere la cultura di un paese che era così monolitico e sembrava così impossibile da cambiare. Per concludere, i dissidenti, quindi, non hanno cercato l’ideologia, anzi hanno evitato accuratamente di cadere in questo tranello e hanno invece voluto tornare all’uomo perché era l’uomo la prima vittima del totalitarismo e come uomo intendo non solo la vita fisica dell’uomo (perché il totalitarismo aveva provocato un numero immenso di vittime), ma il punto più grave era la perdita dell’io dell’uomo cioè dell’autocoscienza, della coscienza di sé.
Facciamo un altro esempio per capire la novità del dissenso nel panorama sovietico. Negli anni Trenta, un ragazzino di 15 anni che si chiamava Puvlic Marosov aveva denunciato suo papà come nemico del popolo e lo aveva fatto fucilare. Questo povero bambino evidentemente aveva dato tutta la sua fiducia al partito, a quello che gli veniva insegnato, e questo bambino era stato esaltato come un eroe, come un esempio dell’uomo nuovo del regime, dell’ideologia: l’umanità nuova era questa e gli hanno costruito infiniti monumenti, palazzi, piazze e strade dedicati a lui. Un dissidente negli anni ’60 ha scritto: “Noi siamo un’umanità ormai ferina, noi cittadini sovietici e soltanto a costo di grandi fatiche, di grandi sforzi ci siamo resi conto di una cosa banale: che Puvlic Morosov non è un eroe, è aberrante”. Ecco per arrivare a capire questo c’erano voluti 30 anni. Era stata una liberazione interiore, era l’io dell’uomo che ritornava attivo, che tornava a poter giudicare, a vedere il bene e il male al di là di questa ipnosi dell’ideologia che aveva confuso tutto agli occhi. Quindi tornare all’uomo. E quindi l’ideale dei dissidenti non era creare la politica, neanche una politica più giusta e più democratica, non era abbattere il regime, ma essere uomini vivi. Vorrei ricordare una cosa, che questo romanzo, “Il dottor Zivago” che vi ho citato prima, ‘Zivago’ in russo vuol dire ‘vivo’, uomo vivo, Pasternak non a caso aveva sottolineato questo elemento, perchè dicevano: quando l’ideologia ha coperto e confuso tutto, l’uomo non è più in grado di vedere, l’unica salvezza è tornare alla realtà, alla vita e c’è un verso bellissimo di Pasternak che dice: “Non devi recedere di un solo briciolo dalla tua persona umana, ma essere vivo, nient’altro che vivo, vivo e nient’altro, sino alla fine.” Ecco, questo era l’ideale del dissidente e i dissidenti hanno fatto questo: sono stati uomini vivi, nei circoli dei dissidenti c’era un forte legame di amicizia, di coesione, era una piccola società diversa da quella che c’era intorno, dove valevano altri principi che erano quelli del rispetto reciproco, rispetto di ogni posizione, il senso di sacrificio, il senso di responsabilità, la certezza che ogni giustizia, ogni libertà ha un nucleo spirituale e morale. Questi valori loro li hanno vissuti, hanno iniziato a essere liberi da subito, sperando in una liberazione anche politica, ma hanno incominciato loro a vivere diversamente, infatti un dissidente, Amalrik, ha proprio detto questo: ”La cosa che hanno fatto i dissidenti è semplicissima: in un paese che non era libero hanno incominciato a vivere da persone libere”. Questa è stata la formula semplice, ma fondamentale che è arrivata alla fine anche alla politica, perchè a un certo punto, Gorbacev prenderà proprio la terminologia, i valori dall’ambito del dissenso, non avendo nessuna arma per rinnovare il regime, nessun valore di quelli ormai stantii dell’ideologia ufficiale è andato a parassitare, a recuperare quelli che ormai la cultura del dissenso aveva reso come evidenti. Quindi il dissenso che si è concluso fra il 1980 e l ’85, perchè c’è stata una campagna di repressione fortissima in quel periodo che praticamente ha fisicamente fatto fuori il dissenso, quindi se il dissenso si è concluso perchè sconfitto dal punto di vista della repressione, contemporaneamente segnava anche la sua vittoria, perchè la sua cultura e suoi valori venivano ormai riconosciuti come gli unici in grado ancora di dire qualcosa alla popolazione.
Giovanni CAPRARA: Io credo che fra le tante voci che furono sigillate, spente, rinchiuse, nella storia dell’Unione Sovietica, una soltanto fu vittoriosa ed è rimasta vittoriosa: essa fu il dissenso che è durato dal 1918 almeno al 1991, cioè a dopo Gorbacev. Il dissenso ha avuto un ruolo nella storia antitotalitaria del mondo, non soltanto nell’Unione Sovietica, ma nella storia contro il totalitarismo del mondo intero. Se voi chiedete, come ha fatto la Professoressa Dell’Asta, ma cosa è stato l’elemento che ha fatto crollare l’URSS? Perchè l’URSS è crollata? Come è crollata? Certamente le risposte sono molte e sono state tutte giustamente date: il crollo sovietico è dovuto al fallimento dell’Unione Sovietica nella competizione economico-militare con gli Stati Uniti , è dovuto a uno scricchiolio sinistro nella struttura statale dello stato Sovietico, dal Baltico alle repubbliche dell’Asia centrale, è dovuta anche alla semplice dilagante miseria. Perchè è vero che con Breznev, l’Unione Sovietica migliorò le proprie condizioni per effetto della crisi del petrolio, che consentì a Breznev di aumentare i salari e anche di aumentare le pensioni, ma cosa è stato quello che ha fatto crollare veramente l’Unione Sovietica? E crollare in modo tale che non ci fosse spargimento di sangue e ci fosse una ritirata radicale della struttura sovietica? Io penso che il collo dell’URSS è stato l’esplosione di un fatto spirituale, non si può pensare ad un crollo di questo genere se non c’è una forza spirituale che non è etichettata, che non si chiama in un certo modo, ma che è soltanto il trionfo dell’uomo. Un fatto assolutamente spirituale e trascendente, un fatto immateriale in quanto il dissenso non aveva divisioni corazzate e armate, un fatto metastorico, un fatto cioè che non era legato alla materialità della cultura e dell’arte. Il crollo dell’Unione Sovietica è avvenuto perchè c’è stata un’esplosione spirituale, cioè un’esplosione intimamente cristiana, per quanto non fossero tutti cristiani, al contrario. Il libro della Dell’Asta è importante, a mio parere, perchè il libro è eccellente per l’idea che ha, perchè non dice delle cose banali, ma è nato da una cosa profondamente spirituale, una cosa dell’anima che ha una forza invincibilem che ha vinto nell’Unione Sovietica e ha vinto dappertutto. Che cosa fu il dissenso? Non fu un’altra ideologia contrapposta all’ideologia comunista, il dissenso non fu un’altra ideologia, non fu un altro sistema contrapposto al sistema sovietico, non fu un’altra cosa dello stesso sistema, della stessa politica, della politica. Fu invece un’altra soluzione, fu semplicemente la realtà. La Professoressa Dell’Asta dice giustamente che ciò che è stato opposto in Unione Sovietica è stata la contrapposizione della realtà. Il semplice racconto della realtà è stato propulsivo, è stato esplosivo: il racconto della realtà! Pensate che in Unione Sovietica un termine è stato sempre negato, insussistente, il termine Gulag, che indicava l’arcipelago concentrazionario delle le carceri sovietiche. Queste hanno contenuto nel 1941 fino a due milioni e 350mila detenuti, cioè circa il 2% della popolazione totale dell’Unione Sovietica, ma questo termine in Unione Sovietica era oscuro, non era esistente. Se voi domandavate a qualcuno che cos’era il gulag, il gulag in Unione Sovietica non è mai esistito, la parola deriva dalla contrazione di parole che significano ‘amministrazione carceraria’ . E per questo gulag c’erano 1000 esecuzioni al giorno, e l’esecuzione evidentemente è una cosa reale. Il dissenso che cosa ha opposto? Questa verità, questa realtà che evidentemente è quella che ha vinto, con la semplice esposizione della realtà. La grande scoperta del dissenso è stata l’esposizione della verità, della realtà, di quello che accadeva, l’oggi, l’incontro con l’oggi; questo è quello che ha vinto nell’Unione Sovietica. La realtà del crollo dell’URSS fu l’aver contrapposto al sequestro della coscienza la loro liberazione. L’essere stati uomini, il sentirsi uomini è la forma più rivoluzionaria che esiste, sentire che siamo amici degli altri, cerchiamo la compagnia degli altri, vogliamo la felicità perchè siamo uomini. La cosa più alta dell’umanità è la ricerca della felicità e il dissenso è stato questo: il poeta che diceva le sue poesie sotto il monumento di Majakovski era un giovane felice che voleva essere felice: è questa la forza del dissenso. Non fu un movimento di massa, se voi guardate al dissenso sono pochissimi, forse alcune migliaia. Fu la coscienza dell’individuo, l’individuo che si fa uomo, l’uomo che si fa libero, l’uomo che induce se stesso alla compagnia degli altri, compagnia che induce per forza alla democrazia antitotalitaria. Fu come ho detto, implicitamente cristiano, non c’è nessuno che non vuole la felicità di se stesso, la felicità di essere uomo, e questo essere uomo significa essere libero, non c’è nessuno che è libero quanto lo è il cristiano, perchè il cristiano certamente può essere un martire, certamente il cristiano vuole se stesso libero, felice e libero - e felice significa la libertà dell’uomo, la libertà e la verità dell’uomo. Il libro della Dell’Asta è importante perchè interviene in una irreversibile spaccatura: quella che esiste fra ideale e ideologia. Ideale e ideologia sono due termini contrapposti: ideale significa futuro, speranza, la possibilità di sperare, di pensare a qualche cosa che può cambiare, può migliorare, può crescere, significa futuro. Ideologia, invece è fatalismo, è determinismo, è incurante dell’evidenza e della verità, è quello che è accaduto e che avverrà sicuramente. Ideologia significa che sperare che cambiasse qualcosa in Unione Sovietica è impossibile. Ideologia significa ripetere se stessa, essere sicuri della propria determinazione, della propria ripetizione. Ideale è il contrario di ideologia. Sapete, persino Marx ha dedicato alcune pagine all’ideologia, persino Marx ha scritto dei danni dell’ideologia. Marx nel 1846 ha scritto che l’ideologia non è altro che un misticismo logico, ha scritto che l’ideologia, quella che si sente ripetere da partiti della sinistra estrema, ci sono partiti della sinistra estrema e partiti, ci sono uomini della sinistra estrema e uomini, ci sono personaggi anche di grande rispetto, ma secondo Marx il partito dell’ideologia è un misticismo logico, secondo Carlo Marx, fondatore del Partito Comunista e dei partiti comunisti, l’ideologia è il potere di una classe organizzata semplicemente per opprimere l’altra parte. Questa è l’ideologia e questa cosa il dissenso ha vinto, questo ostacolo il dissenso ha abbattuto,questo ostacolo è caduto per colpa, per gloria del dissenso. Dissenso quindi è ideale, tra ideale e ideologia il dissenso è ideale; l’ideologia invece è violenza, totalitarismo. Il libro della Dell’Asta è appunto la storia di come questo ideale abbia sconfitto questa materialità, l’ideale doveva vincere una ideologia, quindi ha sconfitto la polizia segreta, quella alla quale appartiene Putin, (perchè Putin non è mai stato un bolscevico, è stato invece un funzionario dello stato sovietico. Putin è questo: tanto è vero che oggi in Russia non c’è libertà di parola, non c’è libertà di coscienza.) Nel dissenso sovietico, c’erano comunisti e non comunisti, giovani e anziani, c’erano cattolici, ortodossi, agnostici come Sakarov, c’erano ebrei... Sakarov dice che lui non ama le chiese, ma combatte insieme agli uomini delle chiese. Una scienza sola si salvò nella cultura sovietica, si salvò la fisica, perchè la fisica aveva la meccanica quantistica e doveva servire alla distruzione, alla bomba atomica. La chiesa fu emarginata e sepolta: fu la chiesa non ortodossa, fu la Chiesa Uniate, fu la Chiesa Ucraina, fu la Chiesa greco-cattolica dipendente da Roma, che fu sterminata da chi? Non soltanto da Stalin. La Chiesa Ortodossa fece un accordo con Stalin: la Chiesa Ortodossa fu nel 1946 salvata da Stalin, ebbe persino un marchio per la vodka, la chiesa ortodossa ancora oggi può produrre vodka. Ma la Chiesa Uniate nel ’43 fu sterminata, tutti quanti furono passati al campo di concentramento. La chiesa ortodossa evidentemente è vissuta in maniera diversa. Ancora oggi con la chiesa ortodossa non è possibile concludere un patto rispettoso, ancora oggi nella Russia di Putin, il Papa italiano non può andare, il Papa polacco non può andare ancora nella chiesa di Mosca. Il libro della Dell’Asta fa pensare a questi grandi interrogativi, non è solo una cosa che racconta e documenta brillantemente e pesantemente, ma un libro che apre i problemi e stimola l’intelligenza: perchè è avvenuto questo? Nel ’56, è stato ricordato, Pasternak fece arrivare in Italia un suo manoscritto che era “Il dottor Zivago”. Quel manoscritto era direttamente inviato tramite di un giornalista italiano che si chiamava Sergio D’Angelo, quel manoscritto fu fatto recapitare direttamente a Togliatti. Perchè si sperava che Togliatti fosse un uomo diverso dai comunisti tradizionali, che Togliatti non fosse Stalin. Chi l’ha conosciuto, purtroppo, come me, sa benissimo che Togliatti non era evidentemente Stalin, era assolutamente peggio: un personaggio di grande qualità intellettuale, di grandissime qualità umane, ma un personaggio freddo e disumano. Di fronte a Stalin, Togliatti era un maestro di disumanità. Questo romanzo arrivò nelle mani di Togliatti, Togliatti lo lesse e siccome avevo l’avventura di essere suo segretario particolare e mi ero occupato abbondantemente di letteratura, discutemmo molto di questo romanzo che arrivò in Italia, tradotto da questo giornalista italiano che si chiamava D’Angelo. E giustamente lo riferisce la signora Dell’Asta nel suo libro. Togliatti disse che il libro era un bellissimo romanzo d’amore, fu convinto che fosse un romanzo d’amore, lui diceva d’amore quando le cose non andavano nel verso giusto e doveva cercare una scappatoia... ma sì potete pubblicarlo, perchè no?... Ma Togliatti quando seppe che l’Unione degli Scrittori aveva deciso che il libro non andava pubblicato e quando seppe che Stalin in persona aveva detto che non bisognava pubblicarlo si dimenticò di se stesso: non disse più che il romanzo era buono, ma disse che era antisovietico e che quindi non andava per niente pubblicato. Questa è la realtà con la quale il dissenso ha vinto, questo cambiamento di opinione, a seconda che il capo dicesse una cosa o l’altra era la mancanza di verità assoluta. Io ho conosciuto un altro membro del dissenso: c’era un grande attore russo, si chiamava Vladimir Bukovskij ed era un attore che recitava in teatro. Ancora oggi, se voi andate a Mosca, trovate in un ristorante del centro delle immagini formidabili, grandi fotografie, quadri di questo cantautore che era un attore che recitava Amleto e a un certo punto divenne cantautore. La sua vita era meglio dedicata a fare il cantautore perchè era più accessibile al popolo... io l’ho conosciuto nel 1965, lui è morto ancora giovane. Ma il dissenso era questo: l’attenzione, la capacità di inventare cose che fossero alla portata di tutti e cose che fossero soprattutto reali; il dissenso ha vinto perchè era l’oggi, l’incontro con l’oggi, era la volontà di vivere oggi. Per il dissenso, era importante essere pronti oggi a cambiare la nostra vita, oggi e subito, certamente voi mi direte: ma la tua esperienza è una esperienza particolare. Certo, è vero, la mia è una esperienza particolare. Sono stato dal 1944 al 1969 prigioniero dell’ideologia io stesso, ed ho conosciuto Stalin, ho conosciuto Che Guevara, ho conosciuto Mao Tze Tung, ho visto le persone contro il quale il dissidente si muoveva, ho visto la negazione della storia dell’umanità, sono vissuto in un partito non come ‘popolo comunista’, perchè il popolo comunista è una cosa, il popolo comunista è chi vota per il partito comunista, ma è una persona assolutamente dabbene, è una persona che ha speranza e che vuole vivere nel modo corretto, giusto... io non sono stato ‘popolo comunista’, sono stato membro della nomenklatura comunista, cioè di quelli che comandano e sono destinati al comando - sapete - è una cosa violenta e dura. Lasciare il comando è difficile, per me è stato difficile uscire dal partito comunista, ho sofferto, da questo partito comunista io non mi assolvo, nel mio passato non c’è assoluzione, non tocca a me assolvermi, ma anzichè star zitto parlo, scrivo, combatto, sto in mezzo a gente come voi, perchè mi interessa discutere del dissenso... uscire dal partito comunista è una sofferenza grave, certo il partito comunista dava anche dei grandi onori. Io sono stato sempre deputato... La vita nel partito comunista era stata una vita di grandi onori, di grandi passioni, badate che non sono pentito, non sono anticomunista, ma sono uno che ha fatto il comunista fino in fondo, che ha cercato di farlo bene, ma certamente oggi non mi posso assolvere. Non sono in grado di assolvere me stesso dall’essere comunista, però l’ho fatto il comunista, l’ho fatto eccome. Il partito comunista era una organizzazione di ferro, a noi giovani membri della nomenklatura stabiliva anche chi dovevamo sposare. Difatti mi chiamarono davanti al ‘ministro’: abbiamo stabilito che ti devi sposare... ma veramente sto bene anche così... no, abbiamo pensato noi, abbiamo deciso noi chi devi sposare. E mi dissero che dovevo sposare una certa compagna molto perbene, intelligente, persino bella... “no perché” dissi “se devo sposare qualcuno cerco da solo, non ho bisogno del vostro aiuto, riesco a fare da solo.” E dissero: “no, tu devi sposare la compagna Ferrara” anzi, allora si chiamava compagna De Francesco. A questa persona che mi dissero che dovevo sposare, poi ci ho ripensato, sono rimasto amico suo, è morta soltanto pochi mesi fa; e questa persona poi ha sposato il senatore Ferrara. Sapete, tutto sommato, ho pensato di aver fatto male, non perchè sono stato felicemente sposato, per giunta due volte, anche più del necessario, sono stato sposato due volte e due volte divorziato, però se avessi sposato Ferrara? Ferrara chi è? Marcella Ferrara, che si chiamava De Francesco, è la madre di Giuliano Ferrara. Certamente se l’avessi sposata, avrei contribuito a fare Giuliano Ferrara meno ‘male’, quindi una certa attività l’avrei fatta anch’io e anche concreta...
Ecco, la mia conclusione finale: io accetto molto le cose dette dalla signora Dell’Asta, ma soprattutto accetto la parte positiva, cioè il dissenso cos’è stato? Io cerco di dare al dissenso una valenza, un contenuto positivo. Ma il dissenso che cosa ha fatto nell’Unione Sovietica? Ha dimostrato un grande potere, una grande potenza, ha dimostrato che si può distruggere.... ha dimostrato che anche dei macigni si possono bucare, evidentemente anche un acciaio si può perforare. E’ questa la forza del dissenso che ha combattuto, ha vinto e ha dimostrato che si può vincere anche contro il bolscevismo, una potenza mondiale. Ma perchè si può vincere? Siniavskij ha detto una frase importante che la signora Dell’Asta qui riporta nel suo libro e che volevo citare qui a conclusione: ‘La comparsa dei dissidenti -ha scritto Siniavskij- è simile a un miracolo, testimonia in primo luogo la lealtà e l’indistruttibilità dell’anima, testimonia questo come un miracolo nella sua millenaria aspirazione alla libertà, alla creatività, alla giustizia. In questo senso, i dissidenti sono una prova evidente dell’esistenza dell’anima.’ L’anima quindi esiste e anche dove sembra che non ci sia o non possa esserci, lì l’anima c’è. Lì l’anima vince come ha vinto il dissenso in Unione Sovietica. Questa è la grande forza positiva: l’anima vince sempre sulla forza: dove c’è un’esperienza, una realtà, dove c’è il presente, dove c’è un incontro con le zone dell’essere... il dissenso ha dimostrato che anche in Russia si può vincere. Il dissenso infatti ha vinto per questo. Grazie.
Conclusioni: Voglio solo ricordare rapidamente il lavoro da cui nasce questo libro: è un lavoro molto più grande ed è dentro l’ambito del centro Russia Cristiana. Il Centro Russia Cristiana è stato fondato nel ’57 da Padre Romano Scalfi per riproporre attraverso la tradizione e la testimonianza della chiesa nei paesi dell’est, l’esperienza dell’unità d’Europa nelle sue radici cristiane. E quindi costituire un ponte tra Oriente e Occidente. Recentemente tutto questo lavoro di conoscenza della tradizione liturgica, artistica, filosofica dell’oriente cristiano, del dar voce anche alla testimonianza della chiesa risorta dopo le persecuzioni, e di tutte le pubblicazioni, tutto questo lavoro ha dato vita appunto alla Fondazione Russia Cristiana, nell’ambito della quale si hanno questi diversi ambiti di iniziative: mostre di icone, corsi di iconografia, corsi di canto bizantino-slavo, libri d’arte e di spiritualità orientale, viaggi culturali e spirituali in Russia. In particolare, la fondazione Russia Cristiana sta lavorando, in questo momento, alla costituzione della cosiddetta Biblioteca dello Spirito a Mosca con testi di tutti i padri cattolici e ortodossi della teologia occidentale proprio per uno scambio, per un ponte ecumenico di culture e di vita tra oriente e occidente. Chi fosse interessato più precisamente a questo tipo di attività, può cercare ulteriori informazioni, in particolare nel sito : www.russiacristiana.org.