Presentazione del volume di HUGO RAHNER, CHIESA E STRUTTURA POLITICA NEL CRISTIANESIMO PRIMITIVO
Intervento del dott. Alessandro Banfi (Vice direttore del TG5)
Torino, 20 marzo 2003
Io vi ringrazio molto di essere qui stasera, vista la difficoltà dovuta al traffico e a questa incredibile coincidenza di una data che avevamo previsto per evitare la guerra, io e lo stratega Rosboch. Avrei dovuto essere in questo momento a fare il mio lavoro delle edizioni straordinarie del Tg5, ma ho chiesto per disperazione una deroga. Ed eccoci qua, in una serata in cui forse voi avreste preferito stare davanti alla televisione a vedere gli sviluppi di questo fatto terribile che incombe su di noi e che rende anche attuale una riflessione come quella che il libro di Rahner ci propone. Io non ho molto titolo per raccontarvi questo libro, se non il fatto di aver ragionato su questo rapporto fra la Chiesa e la politica per la fortuna sfacciata che ho avuto di occuparmene professionalmente lavorando per un giornale come “Il Sabato” che mi ha dato l’opportunità di tematizzare questo argomento. Parto subito, allora, dicendo che il padre gesuita Hugo Rahner scrive questo libro nel 1943. Solo la genialità del Movimento poteva riproporre il libro del mese, questo “libro del mese” adesso, rendendolo di nuovo d’attualità: e non è un caso che Rahner l’abbia scritto nel 1943. L’ha scritto infatti durante la Seconda guerra mondiale, essendo un tedesco in esilio per le sue idee anti naziste. In quel momento lui fa questa riflessione su che cosa i cristiani avevano fatto nel rapporto col potere durante il Primo millennio della loro esistenza, della loro avventura storica.
La cosa bella, il primo spunto su cui ragionare è proprio questo: il libro viene scritto nel ’43; negli anni ’60 viene riedito dallo stesso Rahner, che ne fa una prefazione tutta tematizzata sulla guerra fredda. Noi lo leggiamo per la prima volta, lo conosciamo, negli anni ’70, e non a caso perché sono momenti di crisi e di snodo in cui diventa interessante ragionare su questo aspetto. E qual è il titolo originale del libro nel ’43? Questo: “Libertà della chiesa occidentale, documenti sul rapporto fra Chiesa e Stato nel cristianesimo primitivo”. Si tratta in sostanza di una raccolta di saggi, di documenti storici, di fonti, precedute da introduzioni-saggio, che, dividendo in alcuni pochi capitoli la storia dei primi otto secoli dopo Cristo, danno il quadro entro cui leggere questi documenti. La cosa interessante del titolo originario è proprio il sottolineare la libertà della Chiesa. Se dovessimo dare un titolo vero al libro sarebbe proprio quello che affronta l’argomento del rapporto fra Chiesa e Stato sottolineando l’aspetto della libertà, la parola chiave è la parola libertà. Dice infatti nell’introduzione l’autore:
“Il rapporto fra Chiesa e Stato nell’epoca del cristianesimo primitivo rimane per tutti i secoli successivi un esempio che vale la pena di studiare se si vogliono intendere i problemi anche ai giorni nostri che vengono sollevati dalla lotta dello spirito”.
La libertà è il tema su cui si paragona la storia, con cui i cristiani paragonano il loro rapporto con la storia. Dice, citando E. Caspar:
“La libertà dell’uomo cristiano e la libertas dell’antico cittadino romano sono fuse in un’unica concezione, che doveva suonare assai strana all’erede del sistema orientaleggiante e dispotico di Diocleziano”.
Vuol dire che sono contrapposte due posizioni: l’Occidente, la storia dei cristiani da questa parte del mondo, e Bisanzio, l’impero d’Oriente. Di qua il tema diventa quello della libertà, di là il tema diventa l’identificazione del potere temporale con il potere spirituale. Quello che interessa Rahner nel libro, che è da questo punto di vista un libro apologetico, è dimostrare come la difesa della vera fede e la difesa del papato di Roma sono la difesa della libertà tout court. Per tutti. La libertà che i cristiani difendono da quando sono sulla terra si poggia infatti su due cose: il papato, la sede apostolica, e la tradizione romana, intesa come reinterpretazione di quello che era il sano popolo romano, la cultura pagana romana che aveva preceduto il cristianesimo. In particolare, due concetti che erano presenti: uno la libertas, presente nell’antico cittadino romano, l’altro il limite del potere nella concezione dell’antica città romana, per cui più volte Rahner si trova a citare il Memento mori che veniva fatto, istituzionalmente ricordato all’imperatore nel momento del suo massimo trionfo. Tu sei l’imperatore, divinamente designato, il divo Cesare: ma ricordati che devi morire. Già nel paganesimo romano precedente all’avvenimento cristiano c’è questo Memento mori che viene reinterpretato e rivissuto con grande forza fin dai primi tempi del cristianesimo. Che cosa sarebbe stata la fede se un pescatore ebreo di nome Pietro non fosse morto giustiziato qui sul colle Vaticano nel cuore del sano realismo dell’antica Roma?
Il libro parte da questa straordinaria avventura dei cristiani nell’epoca dell’Impero romano del tutto paganizzato, dove si adorano gli dei tradizionali, greci prima e poi romani, e dove i cristiani vengono avversati, non perché non siano cittadini. La prima caratteristica dei cristiani da quando sono nella storia è che sono cittadini fedeli. La Chiesa dei martiri è fatta da cittadini romani, che - diremmo oggi - hanno il senso dello Stato. Non sono aprioristicamente rivoluzionari e sovversivi (cosa invece di cui li accusa Celso), sono molto attenti a essere servitori dello Stato: pagano i tributi, come è ovvio, ma ancora di più sono gli unici che insistono sulla fedeltà allo Stato, sull’appartenenza allo Stato in un modo che mai nessuno prima di loro aveva fatto. Però pronunciano un no, e questo no li porta alla persecuzione: il no riguarda un atto religioso. Il potere politico dell’imperatore pagano a un certo punto chiede un atto religioso di sottomissione, cioè riconoscere la santità, anzi, di più, la divinità dell’imperatore. Nel momento in cui viene chiesto al cristiano di aderire a questa richiesta “religiosa” scatta il no che provoca la persecuzione. Dice Rahner:
“il no dei Cristiani si riassume in due frasi sempre ripetute con costanza quasi monotona:
noi non preghiamo l’imperatore come un dio, e: Noi non giuriamo sul genius dell’imperatore. Perché gli dei sono demoni, opere di uno spirito contrario a Dio, con cui l’impero di Cristo si pone in guerra fin dall’inizio, e il genio di Cesare è un demone, un nulla di fronte alla potenza divina di Cristo, ma un nulla pericoloso”.
E qui c’è un primo episodio storico bellissimo: Policarpo, che aveva conosciuto gli apostoli, il vescovo Policarpo e il funzionario statale che gli dice:
“Che c’è di male nel dire: l’imperatore è il Kyrios, e con questa frase salvare la propria vita?”
(come a dire: cioè tu puoi anche non crederlo, fai un atto ipocrita, brucia questo incenso, cosa ti costa…). Ma il vescovo Policarpo,
“il martire non si degna di rispondergli nemmeno una volta”
e si fa martirizzare. Quindi l’inizio è luminoso, in questi primi 150 anni, perché da un certo punto di vista la persecuzione rende tutto semplice: il cristiano è fedelissimo allo Stato, ne riconosce l’assoluta autorità, ma il rifiuto dello Stato, quando chiede un atto religioso di adesione al demone del potere politico - al diavolo, dirà poi Agostino - è totale, è netto, è limpido, è chiaro come un bicchiere d’acqua. Dice nell’introduzione il nostro Rahner:
“Per la Chiesa dei martiri, dunque, il rifiuto allo Stato è pronunziato - e sempre con tranquilla semplicità -”
[questa è una cosa che mi colpisce sempre; ci sono alcuni accenti di questo libro che riguardano il modo e non il contenuto che solo chi ha avuto la fortuna sfacciata di incontrare il Movimento può capire: la tranquilla semplicità che solo la Grazia dà]
“solo quando i dogmi intangibili della fede lo esigono e quando rimane in pericolo la fedeltà a un regno celeste, al regno di un unico Signore, che un cristiano dell’età dei martiri chiamò ‘l’imperatore ultraterreno’.
Per il resto tutto ciò che i Cristiani hanno da dire allo Stato, è un sì incondizionato”.
Pensate che forza: ma cosa c’è di più grande nella storia dell’umanità? È un sì incondizionato, il sì cristiano si fonda sulla concezione, detta con molta chiarezza fin dal principio, che il potere temporale, quale si incarna nella persona dell’imperatore, discende direttamente dal creatore dell’umanità. Quindi c’è un rifiuto allo Stato che è semplicemente tranquillo o tranquillamente semplice: questa semplicità della Grazia è così evidente che ha proprio ragione Rahner a dire alla fine del libro
“La persecuzione nella storia della Chiesa sarà uno dei periodi più facili, e per certi versi nello scontro del rapporto con lo stato la persecuzione esplicita, che i Cristiani non cercano, è la grazia più grande”.
Descrive Origene, anticipando Agostino, che poi vedremo sviluppa in modo più compiuto la riflessione su “Città di Dio e città dell’uomo”, scrive nel Contro Celso:
“I Cristiani rendono alla loro patria più beneficio degli altri uomini”.
Essi sono un esempio educativo anche per gli altri cittadini, in quanto insegnano ad essere fedeli a Dio, che è al di sopra dello Stato. Così essi trascinano con sé i loro concittadini verso una città celeste, divina e misteriosa
“se hanno condotto in questa piccola città terrena una vita moralmente buona. Si potrebbe dire a questi Cristiani: ‘Orsù, tu sei stato fedele nel piccolo Stato, entra ora nel grande Stato’”.
Questo è un libro che si può leggere a spizzichi e a bocconi: il bello di questo libro è che non bisogna leggerlo come un romanzo, primo perché non ci si riesce, secondo perché ha la forza dei documenti. Cosa c’è di più bello di un documento? Il documento è come la persona, è un fatto che accade, c’è o non c’è, lo riconosci o non lo riconosci, o ti stupisci di quello che leggi o non ti stupisci, non ci sono molti paroloni di mezzo.
Vi cito dei documenti di questo primo capitolo. Papa Clemente mette insieme la prima preghiera a favore dello Stato, cioè la prima volta che i Cristiani dicono: facciamo una preghiera per lo Stato (e siamo in piena persecuzione: non c’è Costantino, gli imperatori cattolici, che saranno un disastro per secoli). C’è la persecuzione, eppure dice
“Tu Signore hai concesso loro il privilegio del governo, nella tua potenza meravigliosa e imperscrutabile, perché noi, conoscendo la gloria e l’onore che tu hai concesso loro, siamo loro sottomessi e non contrastiamo la loro volontà; a loro dà, Signore, salute, pace, concordia, stabilità, perché amministrino in modo irreprensibile il governo da te concesso; tu infatti, Signore del cielo, sovrano dei secoli, dai ai figli degli uomini gloria, onore e potere sulle cose della terra; tu, Signore dirigi il loro volere secondo il bene e ciò che è gradito di fronte a te, così che, reggendo con pietà, in pace e mansuetudine il potere che tu hai loro concesso, ti trovino propizio. Tu solo Signore puoi fare questo e procurarci beni ancor più copiosi; noi ti rendiamo grazie attraverso Gesù Cristo, sommo sacerdote e guida delle nostre anime, per il quale sia a te gloria e splendore ora e di generazione in generazione e nei secoli dei secoli. Amen”.
Sono cose bellissime perché è una roba dell’altro mondo: sono i cittadini più irreprensibili di tutti che sono perseguitati perché gli viene chiesto di sottomettersi a un atto religioso di natura diabolica.
Quando nel 313 arriva l’Editto di Milano cambia lo scenario. Il nemico impero diventa amico. L’Editto di Milano, di Costantino segna la fine della persecuzione, quindi una grande posizione di vantaggio dei Cristiani nella storia. È sicuramente un enorme capitolo che si apre, un’enorme volta-pagina che si deve registrare. Prima Rahner mette degli accenni, come dei piccoli spunti; per esempio è bellissimo quando parla della presenza dei Cristiani nei palazzi imperiali durante la persecuzione, perché sembra veramente la dinamica di qualcosa che hai visto, se hai avuto la fortuna di incontrarlo. Anche l’imperatore più pagano, un po’ come succederà poi al ministro piemontese massone nei confronti di Don Bosco, può commuoversi, se vede che dieci ancelle si trovano a pregare nel palazzo imperiale. E nel Palatino, questo colle ancora visitabile fra il Colosseo e l’Aventino, il colle del potere a Roma, dove da Romolo e Remo, fino ai Farnese tutti i potenti hanno fatto le loro case (con l’esclusione di Nerone che nella sua totale perversione ed è andato da un’altra parte, l’unico, e si è fatto la Domus aurea). A volte quando vedo il Palatino mi viene in mente questo aspetto qui: com’è bello pensare che c’era della gente che andava lì dentro la mattina e magari si trovava a pregare quando c’era l’imperatore pagano, perché è imparagonabile rispetto a tutto quello che è successo dopo, anche molto entusiasmante, anche molto bello; però è sempre l’inizio che suggerisce uno spunto di commozione, e quindi qualcosa che è vero anche oggi.
Diciamo subito che Rahner è brutale: arriva Costantino, cominciano i pericoli, pericoli più gravi della persecuzione. Il pericolo è che
“L’imperatore offriva alla Chiesa il sostegno, in cambio dentro la Chiesa entravano pagani ed eretici occulti che si spingevano nella Chiesa spinti dal timore di affrontare l’imperatore”.
Non solo, ma Costantino aveva già una pretesa di dominio sulla Chiesa. Costantino poi sarà celebrato da tutti come il più grande degli imperatori della storia; però è lui che chiamerà Ario, che è un prete di cui sentiremo molto parlare in questo periodo (324). Viene chiamato da Alessandria, e qui comincia ad esserci questo rapporto incredibile, a leggerlo oggi, fra il potere di allora - il Palatino di allora, che anche fisicamente era sempre più lontano dal Palatino vero perché tendeva sempre di più ad andare a Bisanzio, quindi ad essere l’impero d’Oriente - e gli eretici religiosi. Cioè, il pericolo di Costantino che dà la libertà è la pretesa dell’imperatore cattolico di decidere cosa è la fede e cosa non è fede. Arriva poi il successore di Costantino: lui ha due figli, uno muore quasi subito e il suo successore è Costanzo. Questo è l’imperatore su cui Rahner riflette di più; la lettera dei vescovi fedeli al papato di Roma rivolta a Costanzo è il documento più bello di tutto il libro. Più bello, perché è il documento sulla libertà.
Costanzo non si accontenta di avere Ario fra i piedi, va oltre e convoca lui stesso un concilio per dire cosa è la fede - a Sardica, che poi sarebbe l’attuale Sofia - sempre a est, nell’Impero bizantino (ormai Roma è in decadenza). Convoca lui i vescovi, ma non solo: ne assolda un paio che si chiamano Ursacio e Valente, che sono due specie di “cattivissimi” che vengono pagati, e sono i primi due personaggi ecclesiastici che troviamo assoldati dal potere. Questo tipo di personaggio lo troviamo da qui in poi in tutto il resto del libro. Vescovi, per non dire a volte tentativi di papi, che sono comprati e imposti dal potere politico al punto da condizionare un concilio. Racconta Rahner:
“I seguaci della Chiesa radunati intorno a Roma, quelli dello Stato intorno all’imperatore. Da questa situazione di lotta deriva la lettera, che i vescovi fedeli al credo di Nicea e al Papa inviarono all’imperatore Costanzo. Dulcis libertas: così si potrebbe intitolarla, poiché questo primo documento della Chiesa in lotta per la propria libertà è un inno meraviglioso alla libertà dello spirito, che lo stato dovrebbe favorire e difendere. Mostra in che cosa consista il compito dello Stato: “ che tutti i sudditi godano della dolcissima libertà”; e in che cosa consista la via per il bene dello Stato: “ dare a ciascuno la completa libertà di vivere senza alcuna soggezione forzata”.
Allora andiamo a leggerlo perché spiega la dulcis libertas: sentite che attrattiva che hanno queste parole, mentre a scuola ci insegnavano l’enorme menzogna che la libertà c’è stata solo dopo l’Illuminismo.
I Padri conciliari ortodossi di Sardica, Lettera all’imperatore Costanzo:
“Voi vi affaticate e governate lo Stato con sani principi, restate desto a vegliare la notte, proprio perché tutti i vostri sudditi godano della dolcissima libertà. Non ad altro patto si possono calmare i disordini, reprimere le divisioni, se non dando a ciascuno la completa libertà di vivere senza alcuna soggezione forzata. Certamente la tua mansuetudine deve prestare ascolto alla voce di coloro che gridano: “Sono cattolico, non voglio essere eretico: sono cristiano, non ariano; e preferisco morire a questo mondo piuttosto che corrompere la purezza incontaminata della verità per la prepotenza di qualche privato”. E deve sembrare giusto alla tua santità, gloriosissimo Augusto, che quanti temono il Signore Iddio e il giudizio divino non siano corrotti o contaminati da esecrabili bestemmie, ma abbiano la possibilità di seguire i vescovi e i preti che conservano inviolato il patto della carità e desiderano avere una pace perpetua e sincera. Non è possibile né concepire che gli opposti si uniscano, i diversi si fondano, il vero e il falso si mischino, la luce e le tenebre si confondano, perfino il giorno e la notte abbiano un qualche rapporto fra loro”.
Ci vorrebbe un attore che ci recitasse questi documenti: una delle cose più belle sono i verbali dei processi o delle dispute, perché più interessanti di quelle dei primi Cristiani che, nella loro semplice limpidezza, tranquillità, sono certi e obbediscono in tutto, tranne che nell’atto religioso. Qui invece ad esempio c’è una discussione fra il Papa Liberio e l’imperatore Costanzo, avvenuta a Milano nel 355: un Papa davanti al tribunale imperiale. È bellissima, perché l’imperatore si fa aiutare dai due soliti vescovi pagati e suoi sottomessi, Epitteto e Assenzio, coadiuvati dall’eunuco Eusebio, e alla fine l’imperatore dice di farla breve perché poi da questo punto di vista il potere è sempre brutale e realistico allo stesso modo nei secoli. Dice Costanzo:
“Una sola cosa è da ricercare. Dato che aspiri alla comunione con le Chiese, voglio rimandarti a Roma. Per questo lasciati persuadere dalle necessità della pace: firma e torna a Roma”.
[Voleva che firmasse una condanna di uno che diceva che la fede di Roma e del concilio di Nicea, era viva. Lui ha già deciso di no e risponde:]
Liberio: “ Ho già detto addio ai fratelli di Roma. Le leggi della Chiesa sono più importanti della mia residenza a Roma”.
L’imperatore: “ Dunque hai tre giorni per riflettere; se vuoi firma e torna a Roma, oppure decidi in quale luogo vuoi essere spostato”.
Liberio: “ Tre giorni non possono mutare la mia decisione; quindi mandami dove vuoi”.
L’imperatore, interrogato Liberio dopo due giorni e avendolo trovato sempre dello stesso parere, lo esiliò a Berea, in Tracia, [non dev’essere tanto bello]. Alla partenza di Liberio, l’imperatore [però cerca l’ultima mossa] gli inviò 500 monete d’oro per le spese. Liberio disse a chi gliele aveva portate: “ Vattene e rendile all’imperatore; infatti ne ha bisogno per darle ai suoi soldati”. Anche l’imperatrice gli inviò la stessa somma. Liberio disse: “ Dalle all’imperatore; ne ha bisogno infatti per le spese di viaggio dei soldati. Se non ne ha bisogno l’imperatore, le dia ad Aussenzio ed Epitteto: loro ne hanno bisogno”.
Cioè una forza, anche una ironia, una libertà. Pensate che questo era il Papa, portato lì, super costretto, interrogato, vessato e tutto questo dopo la fine delle persecuzioni. È una storia che di per sé sarebbe, già da sola, letta così, affascinante, non solo perché è l’unica storia che conta della storia dell’umanità, da un certo punto di vista, ma perché sono scontri epici.
A questo punto nasce un personaggio meraviglioso, che si chiama Ambrogio. È un vescovo che sta a Milano, ma pur stando a Milano, difende Roma e la fede e ingaggia una serie di battaglie contro gli imperatori: non solo contro gli eretici, ma anche contro gli imperatori. Di tutti i rapporti che lui ha, il più fecondo e il più bello da raccontare è quello con l’imperatore Teodosio, che è un successore dell’Imperatore che prima abbiamo visto interrogare Liberio, e diventa l’Imperatore esemplare del Medioevo, perché Ambrogio ingaggia con lui una disputa terribile che finisce però con un colpo di scena che la leggenda medievale dell’imperatore buono condenserà nel cosiddetto Teodoreto. Lo trovate nel libro: non è una storia vera in tutto e per tutto, ma, come spiega bene Rahner, diventa una leggenda perché è l’episodio esemplare, l’imperatore per eccellenza. E la grande virtù di questo imperatore sapete qual è? E’ riconoscere il peccato originale. Cioè la cosa più semplice e vera dell’ultimo fedele cristiano. Accade che c’è una grande strage. Letta poi con il nostro occhio di oggi non so nemmeno se avesse poi così torto questo povero imperatore. Fatto sta che Ambrogio se la prende moltissimo e gli dice; “Tu non vieni più in chiesa, non ti devi fare più vedere”. Cioè tu sei l’imperatore, ma non sei più nella Chiesa. Lui si pente e si pente pubblicamente: nasce il mito dell’imperatore penitente, l’imperatore che ammette la sue colpe. Quando morirà, nel 395, nel grande funerale a Milano il discorso funebre lo fa sant’Ambrogio, e questo discorso resta nella storia un pilastro, non solo nell’apologetica e in tutto il Medioevo, ma è un pilastro di che cos’è il rapporto quando è vero fra uomini, prima ancora che fra istituzioni. Ambrogio ama Teodosio perché è stato vero con sé, col suo peccato.
Racconta Rahner, citando il discorso di Ambrogio per la morte di Teodosio:
“Ho davvero amato quest’uomo, perché ascoltava più volentieri i rimproveri delle adulazioni. Gettò a terra ogni ornamento imperiale e pianse pubblicamente, nella Chiesa, il peccato che gli era stato estorto dall’astuzia dei suoi cortigiani. Con lacrime amare pregava di essere perdonato. La gente piccina si vergogna di agire così: l’imperatore non si vergognò di unirsi alla schiera dei penitenti. E non passò giorno della sua vita successiva, in cui non abbia pensato tristemente al suo peccato”.
È veramente una cosa grande questo esempio che sant’Ambrogio rende gigantesco in tutto il Medioevo, perché se ci ragionate è uno spunto per tutti, per chi ha potere e per chi non ha potere, per il cristiano e per il non cristiano, per ognuno di noi. La felicità parte dalla ferita del peccato originale. L’imperdonabilità della colpa, dice Giussani in una citazione che è oggi come non mai attuale, è alla base di tutta l’infelicità dell’uomo di oggi. Invece la felicità parte sempre dalla consapevolezza della ferita del peccato originale. L’imperatore buono non è l’imperatore cattolico, non è l’imperatore che fa il bene morale; anzi, come abbiamo visto, e come dirà poi uno straordinario Gelasio, l’imperatore cattolico rischia di essere il peggiore di tutti per la vera fede, perché pretende di essere il primo cattolico. L’imperatore cattolico può essere accettato come tutti gli uomini perché, ecco la grande valorizzazione del Memento mori della tradizione pagana: non è solo la saggezza pagana, cinica, del popolo romano [ce l’ha ancora adesso quando sembra dire ai potenti che passano a Roma: “Aho’, sta attento cocco, che poi da qui passano tutti”]. È la reinterpretazione cattolica: cioè il peccato originale. Che altro realismo ci può essere nella vita? Che altra apertura vera alla felicità, ad un avvenimento di felicità, c’è al di fuori di questa? Nessuna.
I tempi contano. Nel 395 c’è questo grande funerale. Ambrogio è una specie di gigante del mondo di allora; anche qui guardate la forza dell’autorevolezza. Nella storia della Chiesa, nella storia dell’umanità, e in essa della Chiesa, conta di più l’autorevolezza dell’autorità. E’ così anche oggi. Quindi Ambrogio stava a Milano, ma contava per tutti: contava più del Papa e dell’imperatore, com’era giusto, ma per qualcosa che era evidente, che era in atto. Non per una ideologia, non per una teologia, non per uno schema. Per una storia d’amore, per un’attrattiva. Un suo discepolo è un altro grandissimo: sant’Agostino.
Sant’Agostino è importantissimo nella storia della Chiesa, insieme a Papa Gelasio, che incarnerà le sue idee nella pastorale e nel governo del potere della Chiesa. Agostino mette a fuoco la dottrina delle due città. Rahner lo pone come inizio del capitolo sulla separazione dei due poteri, che è la grande consapevolezza cui dopo solo 400 anni i Cristiani arrivano. E c’è una radice molto chiara di tutto questo. Papa Gelasio dice:
“ Due sono i poteri, o nobile imperatore, attraverso i quali essenzialmente è governato questo mondo: la santa autorità dei vescovi e la potenza imperiale”.
Io farei un passo indietro, nel senso che faccio una piccola digressione su sant’Agostino: vado velocissimo, vi leggo solo una cosa di sant’Agostino che mi sembra fondamentale. L’occasione per cui sant’Agostino scrive la “città di Dio” è il saccheggio di Roma del 410. Allora Roma nell’agosto del 410 viene distrutta e saccheggiata dai Goti, dai Barbari. Questo fatto crea uno scompiglio enorme in tutte le comunità cristiane, perché tutti pensano: se la storia ci dà torto, c’è qualcosa che non va. Allora, o abbiamo fatto male a buttare a mare gli dei pagani e siamo puniti per questo, oppure questo Gesù Cristo non funziona, perché qui siamo tutti morti. E non erano domande stupide, perché moltissimi cristiani perdono la vita in questa distruzione, in questo saccheggio del 410. Ragionando su questo che accade, sant’Agostino elabora la grandissima disputa che c’è nel Vangelo e che non vi sto a rileggere fra Gesù e i religiosi del suo tempo, sul denaro da dare a Cesare. Il “date a Cesare quel che è di Cesare”, quell’episodio del Vangelo, trova qui una grandissima amplificazione e un grandissimo sviluppo. Vi avevo portato un libro di Riccioti che comunque a chi non lo conosce consiglio di leggere per immedesimarsi nel Vangelo, “La vita di Gesù Cristo” di Giuseppe Riccioti, edizioni Mondadori, che spiega benissimo l’origine di tutto questo, che è proprio la disputa a cui Gesù si sottopone con questo particolare settore degli Ebrei di allora in polemica contro lo Stato romano. Gli Erodiani quindi pensano bene di mettere in difficoltà Gesù ponendogli un dilemma, un problema cornuto, che non aveva risposta. Cornuto in senso vero, che ha solo due possibili soluzioni: o stai con lo Stato o stai con Dio. È un problema enorme di dispute talmudiche stupende e straordinarie fra rabbini che è continuato per secoli e secoli, perché la religione ebraica ha il problema del rapporto con lo Stato, come tutte le religioni. Tutte, perché pretendono di essere ordinamento statale. Lasciate stare, come dice Rahner, se poi sia la religione che prevale sul potere statale, o sia il potere statale che finisce per gestire la religione. Fatto sta che questa orribile commistione c’è in tutti, tranne che in questa avventura umana che è l’avvenimento di Gesù e che si incarna anche in questo episodio bellissimo, che voi conoscete, del “date a Cesare quel che è di Cesare”. Chi ha il Riccioti può andarselo a rileggere: è molto chiaro che è una disputa che lascia un segno molto importante per tutti. Perché non solo dà il valore al tributo a Cesare, e quindi tutti i primi Cristiani sono, come abbiamo visto, i più fedeli cittadini e i più fedeli servitori dello Stato che esistano, ma distingue l’ordine dei poteri. Agostino riflette su questo e a un certo punto scrive:
“Nella stessa città di Dio adesso, finché è pellegrina nel mondo ci sono cittadini uniti nella comunione dei sacramenti, ma che non saranno suoi cittadini per sempre nella felicità eterna dei santi”
Commenta Giacomo Tantardini, che ha fatto una serie di lezioni su Agostino in un’Università romana: “Se non si coglie questo possibile rapporto dinamico tra i cittadini delle due città, non ci può essere rapporto pienamente umano, cioè di reale speranza fra fedeli e non fedeli. Sarebbe, per i fedeli, evacuata la precarietà che distingue la vita”. Vi ricordate: l’imperatore buono è quello che ammette di sbagliare qui nel tempo, perché non è che chi forma la città di Dio qui nella terra è garantito; il battesimo non ti dà la certezza di essere sempre da questa parte: non cancella le conseguenze del peccato originale.
“Quando uno combatte i nemici, si ricordi [dice Agostino a un certo punto] che molti toccati dalla grazia diventeranno amici suoi [ o potrebbero diventarlo]”
Com’era evidente nel palazzo imperiale, sotto la persecuzione, e meno evidente adesso, e Agostino fa bene a sottolinearlo, a stressarlo, a ricordarlo.
“Le due città sono mixte [cioè sono mischiate], non potete pretendere di essere da una parte e dall’altra, non avete niente da imporre agli altri, avete solo da proporre una salvezza, in quanto vi tocca”.
Vi leggo solo quest’altro passaggio di commento di Tantardini perché si riallaccia al discorso che abbiamo fatto fino adesso, e poi abbandono questa digressione: “Dio dona il potere a chi vuole [e questo l’abbiamo visto]: il potere civile è dentro un piano della provvidenza di Dio. Non è il diavolo che concede il potere di questa terra. E’ Dio nella sua provvidenza dentro un disegno giusto e misterioso. Non è il diavolo che fa vincere le guerre [fortissimo questo, adesso]. E’ Dio nella sua provvidenza dentro un disegno giusto e misterioso [perché Costanzo, questo maledetto imperatore Costanzo, per fare una parentesi e tornare a prima, ha regnato per un sacco di tempo per cui uno si dice: ‘Ma perché Dio l’ha tenuto lì tanto?’]. Forse per Agostino il punto che poteva creare più difficoltà a questa affermazione è quando parla dell’imperatore Giuliano l’Apostata. Anche il potere di Giuliano l’Apostata viene da Dio. Che un apostata fosse imperatore credo che rappresentasse una contraddizione più che Nerone [il cattivo per eccellenza, anche grazie ai Flavi, che sono venuti dopo di lui e ne hanno fatto la damnatio memoriae ]. Dio che dona il potere a chi vuole dona la felicità nel Regno dei cieli ai suoi eletti. Questo è il criterio con cui Agostino legge la storia, la storia di Roma. La felicità dei fedeli diventa così anche un criterio del rapporto con il potere [e infatti chi cita?]. Per esempio quando parla di Teodosio ne fa l’elogio [Eccolo qua di nuovo Teodosio]. Non vi è nulla in tutte le cose buone che ha fatto Teodosio di così mirabile, che così ha stupito e commosso fino alle lacrime, come accenna Agostino ai fedeli, quanto la sua ‘cristiana umiltà/religiosa humilitas’ nell’accettare la penitenza pubblica. Questo per dire che la felicità degli eletti nel regno dei cieli, anticipata ‘in speranza/in spe’, già qui sulla terra, diventa il criterio in atto, attuale, di rapporto anche col potere di questo mondo”.
Avrei voluto a questo punto fare una seconda digressione: ve la sintetizzo molto brevemente. Ritorniamo alle date: 410 il saccheggio di Roma per cui Agostino scrive il De Civitate; 70 anni dopo, 480, a Norcia nasce un uomo, di nobile stirpe e famiglia romana, uomo non intellettuale, diremmo oggi. Eppure lui compie una grande rivoluzione senza volerlo: costruisce la civiltà europea. Nessuno pone il problema fra questi cristiani, questo dibattito che c’è, che abbiamo visto grandissimo. Gelasio che incarna questa grande saggezza di Agostino, scrive a un certo punto una cosa bellissima:
“E se tu dici: ‘Ma l’imperatore è cattolico’ con buona pace di quello potremmo rispondere che è figlio, non presule della Chiesa”
Pensate che forza che ha Gelasio, è fortissimo: qui non è ancora papa, lo scrive per un altro papa questo discorso, ma c’è già tutto lo studio che lui fa di sant’Agostino e il modo in cui lo porta nella storia. E dice: tu che fai l’imperatore pretendi di essere cattolico e di farci lezione di fede, entri nei concili…bada che sei l’ultimo eh! Nella Chiesa sei l’ultimo: bellissimo questo! Non fuori. Ultimo! Ma dicevo, nasce Benedetto. Perché mi colpisce Benedetto? Intanto bisogna immedesimarsi in questa storia straordinaria. Nell’anno 480 nasce a Norcia, in Umbria, da una famiglia nobile, gli Anici. Una delle cose più belle che ho scoperto, ho avuto la fortuna di dover studiare a lungo Montecassino per un pezzo che ho fatto per la rivista di bordo dell’Alitalia, e mi sono andato a rileggere tutte delle cose su san Benedetto fra cui lo straordinario libro che è stato stampato negli anni Settanta, di san Gregorio Magno “La regola di Benedetto e i dialoghi” un libro sempre della Jaca Book. Ma la cosa forte di questa storia è che questo Benedetto non ne voleva sapere di fare il monaco, dice una cosa bellissima, che riporta Gregorio Magno: ve la sintetizzo così. Purtroppo le persecuzioni sono finite. Vado a Roma, (un disastro, corrotta), Bisanzio (non ne parliamo), l’Impero, (uno schifo, ci sono i Goti che vengono da per tutto: entrano, saccheggiano). Io voglio fare l’eremita: parte e vuole stare da solo, ma proprio vuole stare da solo. E la storia bella che capita a Benedetto è che pian piano gli succedono delle cose che lo spingono a creare una comunità. E lui… se c’è uno semplice, fissato solo su Gesù, se c’è uno che non ha un progetto, è lui…Gregorio Magno spiega benissimo a questo Pietro con cui parla nel secondo libro dei dialoghi [se ce l’avete andatelo a rivedere che è una gioia del cuore] quando Pietro gli dice: “Ma i monaci coevi sono tutti intellettuali, sono colti, è gente che sa le scritture, che sta sulle colonne.
Questo Benedetto è un mezzo cafone!”. È la sua forza. E’ un cafone innamorato. Gregorio Magno lo valorizzerà senza - credo - averlo conosciuto personalmente, perché viene dopo. Gregorio stava al Celio, che è proprio il colle che sta accanto al Palatino e l’Aventino. E lui stava lì a studiare e diventerà Papa. Allora pensate l’importanza di Benedetto: va da solo con questi due ragazzi suoi amici, Placido e Mauro [fortissima questa storia], due ragazzi di una dinastia nobile romana, della Roma di allora, che sono giovanissimi, 14 o 15 anni. Sono gli unici due di cui si fida,k e ha ragione, perché tutti gli altri con cui cerca di stare cercano letteralmente di ammazzarlo, di farlo fuori. Col veleno, con attentati e così via. Monaci, eh. Gente colta, religiosa. Ma era per l’invidia della Grazia. E’ così evidente. A scatenare l’odio è l’invidia per questo amore vero che era l’unica cosa che interessava a Benedetto. Placido e Mauro invece si stupivano con lui. Benedetto va a Cassino, costruisce l’abbazia di Montecassino, scrive la regola, mette dei punti fermi. Uno dei quali, la Lectio, oggi diremmo Reading, letteralmente salverà i testi della tradizione greco-romana, anche pagana. Lui muore, però il corpo resta ancora lì, e c’è la prima delle quattro distruzioni dell’Abbazia che lui aveva profetizzato, a opera dei Longobardi. Grazie a questo, a questa tragedia, Gregorio Magno viene a contatto coi suoi discepoli che scappano a Roma, (perché Cassino, come sapete, è fra Roma e Napoli). I suoi discepoli scappano a Roma, inseguiti dai Longobardi, e la regola di Benedetto si diffonde in tutto il mondo conosciuto allora, ma soprattutto in Occidente. Ecco la forza della dulcis libertas. Pensate che merito hanno avuto questi primi cristiani di lasciare questo deposito. Mentre in Oriente c’è questa cappa del cesaropapismo, che diventa sempre più forte e sempre più opprimente, di qua succedono delle cose incredibili, fra cui questa di Benedetto. Gregorio Magno diventa Papa e sarà l’ultimo dei grandi papi di questo periodo che non dovrà soffrire direttamente di processi e persecuzioni. Abbiamo visto che siamo intorno al 500 e Gregorio interpreta questo suo essere Papa con una grandezza…ci sono due pagine di Rahner - su questo non voglio essere troppo lungo - straordinarie, perché lui cerca di interpretare l’umiltà di Benedetto, la lezione di Benedetto e quindi cerca di essere monaco, cerca di essere ridotto solo all’essenziale della Grazia, non fa più nessuna disputa bizantina, però tiene fermo sul punto della vera fede: è suddito in tutto a Bisanzio, ma tiene fermo su questo punto e riesce a prendere tempo, vedete proprio che prende tempo. La sua forza diplomatica, come dice Rahner, fa prendere tempo alla Chiesa. Un “tempo di tregua”, come lo chiama San Giovanni nell’Apocalisse.
DOMANDE
D.: Come si stanno muovendo la Chiesa e il Papa rispetto agli avvenimenti della guerra?
ALESSANDRO BANFI: Io dico due cose. La prima è che sono stupito come giornalista, come storico della cronaca, della forza dell’istituzione vaticana dal punto di vista non solo della sua profondità storica, ma della sua capacità di aver mobilitato un’opinione nel mondo. Ti colpisce sempre la Chiesa per la sua grande saggezza e perché davvero c’è questa storia alle spalle. Radicalmente non si può dire diverso da Giussani - io spesso me lo rileggo perché è utile - quando scrive sul Corriere della Sera: “ Il Papa ha detto che la guerra è un delitto, la guerra che avviene attraverso il peccato originale, che è presente nel mondo attraverso i peccati degli uomini, cioè nostri. Quindi prendere il rosario in mano e pregare la Madonna, come chiede insistentemente di fare Giovanni Paolo II, è perché i delitti accadano il meno possibile”. Non c’è un realismo più vero di questo, per me, che faccio i peccati, e che centro con questa guerra anche per questo. Per il mondo, per il destino del mondo e per la storia è l’unico atteggiamento da avere. Cosa dobbiamo fare adesso in queste sere? Sperare che i delitti accadano il meno possibile. È letteralmente così, è la grande intenzione che il Papa ci propone e che secondo me è l’unica cosa da fare. Cioè, da un lato, un’attesa ferita è l’unica cosa che ti salva nella vita, una domanda ferita: anche rispetto alla guerra il Papa ripropone questo di fronte al mondo. È stato bellissimo mercoledì scorso questo discorso sul rosario: “Ragazzi non vergognatevi di dirlo in giro”. Insomma è una cosa che ti colpisce, la testimonianza del Santo Padre.
D.: Sento dire tra i conoscenti che la Chiesa è un organismo di potere: infatti non vuole la guerra perché ci sono i Cristiani in Iraq. E come si fa a far capire che invece non è così, che è diverso?
ALESSANDRO BANFI: Secondo me c’è un aspetto vero: il criterio della libertà della Chiesa è giustissimo, ma come tutta la sera ho cercato di dire è la libertà degli uomini che conta per la Chiesa. La dulcis libertas tout court, è questa che conta; da quando esiste, il Cristianesimo lotta per questa libertà. La libertà di tutti. Ma in questa guerra si voleva usare la religione per giustificarsi. Allora giustamente, come ha detto bene Piero Gheddo a Excalibur: se tu vai in giro e sei Cristiano e non stai in Occidente, ti rendi conto che questa guerra è molto pericolosa per il Cristiano che sta là. In Indonesia, piuttosto che in Pakistan, piuttosto che in India, piuttosto che in Africa. E quindi dato che fatalmente l’Occidente è identificato con il Cristianesimo, quelli rischiano, sono fratelli che rischiano per una decisione che non ha una sua legittimità propria: è questo che ha detto ogni giorno il Vaticano.
Quanto al discorso del potere, secondo me è molto chiaro invece, mai come in questo momento, e per altro è stata l’unica risposta che la Segreteria di Stato ha dato agli americani. Bush, se vi ricordate un giorno ha attaccato il Papa esplicitamente, lui direttamente, prima il suo portavoce e poi lui. La risposta è stata: non abbiamo divisioni. Il Papa non ha eserciti. Mai come adesso il Vaticano è stato evidentemente un potere senza potere. Un potere di domanda, un potere di prestigio, di autorevolezza nel mondo, ma senza alcuna potenza, tant’è vero che perfino lo Stato italiano, che tradizionalmente è sempre stato alleato della politica estera vaticana nel nostro dopoguerra, se n’è andato per i fatti suoi. Dietro a Bush. Quindi, da un certo punto di vista, non ha nessuna potenza, però sicuramente ha un potere di autorevolezza. Quanto alla radice del problema, sant’Agostino lo chiarisce molto bene. E’ stata bellissimo l’articolo della Spinelli: la forza con cui il papato romano garantisce la libertà dal fondamentalismo, dall’inizio, è proprio nella natura stessa di che cos’è la grazia: le due città sono mischiate, ma noi non possediamo la fortuna sfacciata che abbiamo avuto. Volevo solo citare, prima di finire, questa cosa qui che è bellissima. È un altro commento di Tantardini ad Agostino e dice:
“Proprio il fatto che si tratta di attrattiva di bellezza imparagonabile a un impegno a una dedizione che nascono da noi, evita ogni superiorità e ogni pretesa nei confronti degli altri. Lo stupore della grazia è imparagonabile, non è in dialettica, non è mai contro; non solo il Cristiano non vive un atteggiamento di superiorità e di pretesa, ma vive paradossalmente in uno stupefatto paragone, come chiedendo perdono agli altri uomini, fratelli di una immeritata predilezione. Anche per questo, scrive Ratzinger, ‘l’idea di una cristianizzazione dello Stato e del mondo non appartiene ai punti programmatici di Agostino’. Agostino assume così, nei confronti del mondo, lo stesso comportamento che è l’eredità cristiana delle origini”
Il punto è questo. Fin dalle origini non c’è un’idea. Neanche san Benedetto, come ho spiegato, anche proprio lui, la sua biografia, il suo volere essere semplice, il suo carattere… La civiltà europea lui la salva “per distrazione”, cioè la salva senza accorgersene, senza volerlo, perché colpito da questo fatto, da questa attrattiva, e quando si paragona con il capo barbaro che lo va a trovare, piuttosto che con il povero contadino che gli chiede aiuto, il suo è uno stupore, perché lui ha avuto una fortuna che quell’altro non ha avuto. Questa è una cosa bellissima, perché, insieme al concetto che oggi possiamo essere nemici e domani amici e quindi non dobbiamo giudicare nessuno, dà alla precarietà con cui viviamo l’incontro con il Cristianesimo la giusta dimensione. Ci rende anche liberi da qualsiasi esito. La posizione, anche diplomatica, anche politica, costruita nei secoli dalla Chiesa è questa, perché c’è questa radice qua, è perché c’è gente che ha avuto - diciamo così - una storia d’amore, una storia di attrattiva, di passione per un fatto che gli è accaduto e che ha condizionato la realtà anche nella sua struttura sistematica. Nel tempo. Nel tempo della tregua e nel tempo della persecuzione.
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Chiesa e Politica: «La “dolce libertà” e l'attrattiva Gesù», Presentazione del volume di HUGO RAHNER, CHIESA E STRUTTURA POLITICA NEL CRISTIANESIMO PRIMITIVO, Intervento del dott. Alessandro Banfi (Vice direttore del TG5), Torino, 20 marzo 2003