Male e verità La lezione di Grossman (di L. Scaraffia) Il convegno sullo scrittore Vasilij Grossman che si è tenuto a Torino è stato una straordinaria occasione per riflettere sul problema del male nella storia del Novecento e sul rapporto fra storia e romanzo. C'erano specialisti della cultura russa (Vittorio Strada e Adriano Dell'Asta), filosofi (Giuseppe Riconda), storici statunitensi e britannici, ma anche alcuni testimoni (Bendikt Sarnov e Lazar Lazarev) delle traversie subite dal romanzo e dal suo autore nella Russia sovietica, e con loro Vladimir Dimitrievic, direttore dell'Age de l'homme, l'editrice che per prima ha pubblicato «Vita e destino», il romanzo di Grossman al centro del convegno. Grande è stata l'emozione quando Dimitrievic ha mostrato il microfilm con il quale gli era arrivato «Vita e destino», mentre i due studiosi russi hanno rievocato commossi la gioia e il sollievo provati nel sapere che il romanzo, proibito e distrutto in Unione Sovietica, non era andato perduto e sarebbe uscito in Occidente. Oltre le testimonianze, l'importante novità del convegno è stata appunto la riflessione sul male, del quale Grossman ha saputo con bruciante acutezza rivelare la natura in quanto menzogna e cancellazione della verità, attraverso una mistificazione del bene. Per lo scrittore l'opposizione al male è dunque una lotta per la verità, al fine d'impedire che una finzione ideologica venga fatta passare per realtà. Il totalitarismo sarebbe quindi la pretesa di eliminare la realtà in nome di un'idea, e non espressione di malvagità personale e manifestazio-ne di un potere tirannico. L'aspetto più terribile dei totalitarismi del Novecento risiede infatti nel bene di cui si ammantano e che inganna anche persone buone e virtuose nel loro privato. Molti relatori hanno sottolineato come sia stata proprio la natura di artista ad aprire gli occhi a Grossman e a trasformarlo da entusiasta seguace del comunismo sovietico in suo critico implacabile. Ma è stato anche notato quanto di questa lucidità gli derivasse dall'essere ebreo, vittima quindi di una doppia tragedia. Dell'Asta ha infatti acutamente osservato come le più lucide denunce del male novecentesco siano venute da due intellettuali ebrei - Hannah Arendt e Grossman - pervenuti nello spesso periodo (i primi anni Sessanta) e per vie indipendenti, a conclusioni molto simili. È così un vero peccato che a questo convegno, incentrato sul problema del male nella storia del Novecento, non abbiano partecipato storici italiani, ma solo studiosi di cultura russa e filosofi: segno evidente di una grave mancanza e del disinteresse da parte dei nostri contemporaneisti (anche torinesi), perché a chiunque insegni storia contemporanea è chiaro come il nodo del male sia centrale nell'interpretazione delle tragedie del secolo scorso e di quanto sia difficile spiegarne agli studenti la natura e le vere radici. C'è allora da sperare che molti giovani, anche senza il consiglio dei professori, leggano la nuova edizione di «Vita e destino». Per trarne le loro conclusioni.